CLINICA, ATTO QUARTO*
* ovvero Quarta operazione chirurgica
di Luigi Gozzoli
La vita in ospedale (od in clinica) comincia alle sei del mattino. A quell'ora le inservienti addette ai letti ti accendono brutalmente le luci e, solo che tu ne abbia le capacità, ti mandano in bagno a "fare il bidè" mentre loro rivoltano le coperte, cambiano le lenzuola e riassettano la camera. Alle sette e trenta arriva il carrello della colazione, tè o caffè e biscotti, prendere o lasciare. Tutto questo perché alle otto devi scendere in palestra per la ginnastica del mattino. In proposito, si parla molto oggi di sanità, pubblica e privata. Si dice che mancano le strutture. Ma, almeno per quanto riguarda la fisioterapia riabilitativa, non c'è bisogno di andare molto lontano da Bologna.
Dopo il quarto intervento chirurgico, ho avuto modo, e forse il privilegio, di trascorrere quaranta giorni a Villa Bellombra per cure e terapie ortopediche. Ho visto fare cose incredibili. Ho visto curare con amorosa dedizione persone uscite da infarti, emiparesi, ictus cerebrali e perfino giovani in coma dopo incidenti stradali. Non avrei mai creduto che la ginnastica rieducativa, unita all'affetto per il malato ottenessero tali risultati. Come nel vangelo, qui gli storpi cominciano a camminare, i muti alla fine parlano, i ciechi (che prima esibivano uno sguardo perso nel nulla) ora vedono. A tutti viene elargita una buona parola, un invito alla speranza, un forte stimolo a migliorare sempre.
Dunque, onore a queste ragazze di ogni parte d'Italia (e della Spagna) che dedicano amorevoli cure ai pazienti; onore per esempio alla pugliese "Giusy" che tutte le coordina con fiero cipiglio e bontà nascosta; onore alle dottoresse Leo e Fossi che personalmente sovrintendono ai casi più gravi affinché le cose procedano per il meglio.
Ed onore infine a quel fisioterapista "fine dicitore" che mi ha colpito per la pazienza e proprietà di linguaggio con cui, mentre lavorava, spiegava i particolari al malato.
All'uscita mi é stato chiesto se provassi nostalgia per lospedale. No. Non si può sentire attaccamento ad un luogo dove, nonostante tutto hai molto sofferto. Però ricordo con grato sentimento i visi, le parole, i fatti, le movenze di questi "angeli" che ti mettevano le mani sul corpo.
Soprattutto ricordo quel ragazzo che veniva trasportato, immerso in ~ lenzuolo mentre, raccolto e sfigurato, non dava segni di vita e le operatrici si consultavano (ed aiutavano) a vicenda per farlo soffrire il meno possibile. Perché lui, a livello di conoscenza, non sarebbe comunque riuscito neanche a lamentarsi. Così, ecco balzare alla ribalta il problema del dolore, in noi e negli altri.
Ecco il vero scopo umano: lenire il dolore nei fratelli, la loro sofferenza.
Unopera di carità.