LA VOCE DEL VESCOVO

di Maria Carla Papi

Riflessioni sul Giorno del Signore"

Nota pastorale di S. E. il Card. Arcivescovo Giacomo Biffi

Per i desacralizzatori: non è ancora tempo!

Verrà il tempo in cui il "sacro" non avrà più alcun senso perché alla seconda venuta del Cristo si sarà compiuta l’azione redentiva della prima venuta.

Come ben spiega il Vescovo, pur vivendo già nell’epoca della vittoria di Cristo sul male, il male (satana) non è stato ancora debellato, ma deve essere raggiunto di volta in volta, nelle singole realtà, con l’arma della potenza purificante e redentivi lasciataci da Cristo.

Adesso corro il rischio di essere forse inesatta per cercare di semplificare un po’ a tutti il concetto, comunque, questa arma – diciamo così – fa parte della dimensione sacrale, ed è la "presenza salvifica" – diversa dalla "presenza d’immensità" insita in ogni creatura della terra e diversa dalla presenza di grazia, che può deteriorarsi col peccato).

La "presenza salvifica" è una presenza "sacrale" perché assicura ad ogni battezzato – anche quando è nel peccato – la somiglianza col suo Redentore. Insomma questa "presenza sacrale" - diversamente dalla presenza di grazia che si deteriora con l’infedeltà dell’uomo – è il segno con il quale Dio ci dimostra la sua fedeltà. Lui c’è anche quando noi "non ci siamo per Lui", agisce perfettamente anche per mezzo di sacerdoti non degni, agisce e ci parla dalla Sacra Scrittura, dal banchetto eucaristico, dai sacramenti, dalla memoria della Pasqua che viene fatta ogni domenica.

Quinto "Mito":

La "Desacralizzazione"

Proponiamo un’ultima riflessione sulla categoria del "sacro" e sull’ideologia della "desacralizzazione".

La categoria del "sacro" è sempre stata patrimonio comune della dottrina e della prassi ecclesiale. Anche il Concilio Vaticano II non ha temuto di parlare di "sacra liturgia", "sacre celebrazioni", "musica sacra", "arte sacra", "segni sacri", "sacro ministero", "tempi sacri". Si ritrova altresì questa terminologia nei "Praenotanda" dei nuovi libri liturgici. Il Codice del 1983 intitola la sua terza parte: "I luoghi e i tempi sacri" (cann. 1205-1253).

In questi decenni invece la terminologia "sacrale" è stata fatta oggetto di estesa contestazione.

Ricorrere alla categoria della "sacralità" – si è detto da più parti – comporterebbe addirittura il pericolo di ricadere in una concezione vetero-testamentaria o addirittura di ripiombare – sia pure in buona fede – in una cosmologia pagana. Sacralizzare i luoghi, i tempi, le cose, significherebbe rivolgersi di nuovo ai "deboli e miserabili elementi" del mondo, come dice san Paolo, e meritare dallo stesso apostolo l’accusa di "vana osservanza": "Voi osservate giorni, mesi, stagioni e anni! Temo per voi che io mi sia affaticato invano a vostro riguardo" (Gal 4,10-11). Anche la domenica quindi non può più essere presentata come un giorno "sacro".

Al fondo di questa critica – che contrasta con l’intera tradizione ecclesiale – c’è, mi sembra, una insufficiente comprensione del disegno salvifico del Padre che ci è stato rivelato. Cercherò di spiegarmi nella maniera più semplice e più sintetica.

L’economia in cui viviamo non è l’economia della pura natura né l’economia dell’elevazione innocente: noi viviamo nell’economia della redenzione, cioè in un mondo che è stato contaminato dalla colpa ed è riconquistato e rianimato dalla grazia.

Non solo, ma l’epoca in cui ci troviamo – cioè quella che decorre tra la prima e la seconda venuta del Signore – è già l’epoca della vittoria di Cristo, ma non della totale e visibile disfatta del male; è l’epoca del progressivo riscatto. Satana non è ancora estromesso e la sua azione si esercita ancora. Le realtà vanno a una a una raggiunte e liberate dalla forza del Redentore, i cuori vanno a uno a uno santificati. Tutti noi siamo coinvolti in questa lotta, che si svolge dentro e fuori di noi.

A questo punto si inserisce la "dimensione sacrale" come una sorprendente misericordia del Padre.

Poiché egli ha scelto – con decisione oscura e adorabile – di apparire temporaneamente sconfitto e quasi allontanato dalla sua creazione, Dio si preoccupa di quelli che sono suoi e sono costretti a restare nella tensione nonostante la loro fragilità e la loro congenita tendenza a disanimarsi. Li assicura allora di una sua speciale "presenza salvifica", che eccede quella puramente creaturale (la così detta "presenza d’immensità", che c’è in tutti gli esseri), e al tempo stesso è sottratta alla volubilità degli atteggiamenti interiori dell’uomo (e quindi alla deteriorabilità della "presenza di grazia"). Questa è la presenza "sacrale", che non si smarrisce coi nostri smarrimenti, che sopravvive alle nostre sconfitte, che rimane come base salda di ogni ripresa.

Per esemplificare, il battezzato conserva una somiglianza inviolabile col suo Redentore anche se si è lasciato riprendere dal peccato. Cristo è presente e opera indefettibilmente nel sacerdote anche quando questi è divenuto indegno della grazia di cui è ancora strumento. Sono due esempi di "persone sacre".

Ma ci sono innumerevoli realtà che appartengono all’ordine del "sacro", vale a dire di quella presenza salvifica che non dipende dal permanere della libera adesione dell’uomo, ma trova il suo fondamento nella fedeltà di Dio che supera ogni possibile infedeltà della creatura. Sacro è il libro ispirato da Dio, sacra è l’infallibile trasmissione della verità rivelata, sacri sono il banchetto eucaristico e tutti i riti sacramentali.

La sacralità è una dimensione essenziale del progetto con cui Dio ci salva, e la si incontra in ogni angolo del mistero cristiano; ma possiede una diversa intensità e si attua con diversa pienezza. Si capisce allora come si possa arrivare per analogia digradante a ritrovare il "sacro" oltre che nelle persone e nelle azioni, anche nelle cose, nei luoghi, nei tempi che in modo stabile sono riservati al culto del Signore e possiedono una connessione permanente con l’iniziativa salvifica.

La santità soggettiva (cioè l’adesione libera e personale dell’uomo all’azione dello Spirito) è richiesta e sostenuta dalla "sacralità", così come la "sacralità" esige la corrispondenza soggettiva del soggetto: la verità intrinseca della Sacra Scrittura sollecita l’apertura personale della fede; l’infallibilità del magistero ecclesiastico suppone l’atteggiamento di docilità degli animi; l’immancabile efficacia dei sacramenti postula che siano amministrati e ricevuti nell’amore; la consacrazione battesimale ci impegna a vivere la vita nuova; il mistero obiettivo della domenica ci domanda che in quel giorno abbiamo a rendere esplicita in noi la memoria della risurrezione di Cristo e ad anticipare coscientemente il giorno eterno.

La sacralità e la santità dunque non si oppongono, ma nemmeno possono essere risolte l’una nell’altra: sono due aspetti fondamentali e irrinunciabili del divino progetto di salvezza.

Naturalmente la sacralità degli atti, delle cose, dei tempi, dei luoghi, è legata a questa epoca della storia di salvezza (che decorre tra la prima e la seconda venuta del Signore) e perderà alla fine la sua ragion d’essere nell’universo pacificato, quando tutte le cose saranno sottomesse "perché Dio sia tutto in tutti" (1Cor 15,28). Dove si vede che i "desacralizzatori" più che in errore sono solo in anticipo sui tempi; escatologicamente saranno accontentati.

Invece in questo periodo, nel quale stiamo ancora aspettando la Gerusalemme celeste, negare o trascurare la categoria del "sacro" significa vietarsi una comprensione adeguata della misericordia del Padre, che resta presente tra noi con la sua forza rinnovatrice e liberante, oltre ogni nostra possibile defezione.

Potremmo osservare incidentalmente che si può capire come il senso della sacralità si estingua in una teologia che abbia smarrito il principio sacramentale, l’idea del sacerdozio ministeriale e il sentimento della vita cristiana come progressiva mistagogia. È più difficile spiegare questa eclissi in una teologia che voglia con intelligenza restare "cattolica", cioè non voglia lasciare nell’ombra niente di quanto è contenuto nel tesoro della Rivelazione.

Naturalmente se si definisce la domenica "giorno sacro" – cioè connesso obiettivamente col mistero salvifico – si rende perciò stesso necessario chiedersi perché, in che senso e in che misura si avvera questa connessione. Si rende cioè necessaria l’esplorazione e la contemplazione del "mistero della domenica", proprio come "mistero", come "grazia", come realtà che ci trascende.

œ 

La sacralità, dunque, non è una questione di ‘moda’. Qui non si tratta di scegliere o meno il sacro, con il timore di essere considerati fuori tempo. Il cristiano vero, o si arrende totalmente a Dio e ai suoi doni o non può dirsi cristiano.

Anni fa, seppur in un altro contesto, il Card. Biffi affermò che all’uomo contemporaneo deve arrivare la notizia "che non si tratta di scegliere una religione o un’altra o l’una o l’altra visione culturale delle cose, ma si tratta di lasciarsi afferrare e coinvolgere dall’evento centrale e unico della storia, che è la Pasqua dell’Unigenito del padre, morto in croce e risorto per noi."