DICE LA CHIESA

 

IL Magistero di Benedetto XVI

 

«DEUS CARITAS EST … »

A cura di Maria Carla Papi

 

All’uscita dell’Enciclica Deus caritas est, il Riformista – quotidiano diretto fra gli altri da Oscar Giannino (noto personaggio opinionista televisivo che col suo pizzo, il farfallino e la mazzetta, sembra uscito da un album di foto dell’’800) ha tentato di “appropriarsi” del documento, sottolineando – a suo dire – l’aspetto socialdemocratico delle idee espresse, che sarebbero le stesse del quotidiano. «Ciò che la Chiesa insegna al riformismo» è stato uno dei titoli più inequivocabili. Da quest'ultimo commento emerge, ancora una volta, la debolezza e la parzialità argomentativa di chi vuole a tutti i costi etichettare ideologicamente un documento che sfugge ad ogni tentativo di annessione, da qualunque parte esso provenga. In sostanza, secondo il quotidiano, la seconda parte dell'enciclica papale potrebbe essere considerata a buon titolo come una sorta di manifesto politico per un futuribile partito dei riformisti: «difesa degli ultimi, solidarietà, sussidiarietà, carità». Fin qui potrebbe apparire cosa buona, peccato che non si tenga in alcun conto della prima parte dell’enciclica, che trasforma tutto il senso ultimo degli obiettivi e delle indicazioni alle coscienze date nella seconda parte.

Il difetto d'origine di questa lettura, infatti, sta proprio nel fatto che viene sostanzialmente presa in considerazione soltanto la seconda parte dell'enciclica, interpretata come se la prima neppure esistesse. Invece è proprio la prima parte che fonda la seconda e la spiega in tutto il suo valore. Se non si comprendono le premesse, anche le conseguenze che da esse si fanno discendere risultano inesorabilmente fuori tema. Il centro della Deus caritas est è l'esperienza di fede, la risposta della persona all'Amore divino che si è chinato sull'uomo al punto da assumere su di sé la condizione umana, facendosi carne e sangue, accettando per amore la sofferenza e l'umiliazione della morte in croce. La carità cristiana nasce da qui, da questa conversione del cuore del singolo alla carità divina, a quell'atto supremo di amore che è il sacrificio di Cristo per la salvezza degli uomini. Tant'è vero che la stessa seconda parte dell'enciclica non manca di sottolineare come l'attività caritativa dei cristiani diventi arida burocrazia se essa non si alimenta alla fonte dell'amore divino accessibile nel Sacramento.

L'agape, il dono gratuito di sé al tu dell'altro, non è mai possibile come puro sforzo volontaristico, ma sempre come risposta a qualcosa che si è prima ricevuto in dono, come sottolinea il Papa: «L'uomo non può neanche vivere esclusivamente nell'amore oblativo, discendente. Non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono. Certo, l'uomo può diventare sorgente dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva. Ma per divenire una tale sorgente, egli stesso deve bere, sempre di nuovo, a quella prima, originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l'amore di Dio».

In sostanza, cercando di cogliere il significato della Deus caritas est nel suo complesso, appare chiaro che non si tratta di un documento in prima battuta «sociale». Anzi, si può affermare che esso prenda di mira (seppur mai nominandola esplicitamente) quella «teologia politica» che riduceva tutto lo spettro dell'esperienza cristiana all'impegno sociale e rattrappiva il cristianesimo alle sue conseguenze pratico-politiche, privandolo delle sue premesse spirituali. La fede senza opere è monca, ma le opere senza fede sono un mero simulacro.

Ed è proprio sulle premesse spirituali del cristianesimo che Benedetto XVI ha voluto porre l'accento, sottolineando come, senza l'esperienza della fede - senza l'adesione e la risposta all'Amore divino -, tutta l'attività caritativa perda inevitabilmente di spessore e di incidenza. Il fondamento della seconda parte dell'enciclica, dunque, non è un compendio ideologico per la politica, ma – così la presenta il Papa – è l’esito, il risultato della piena accettazione dell'agape divino da parte del credente. Accettazione che trova la sua piena manifestazione nell'adesione alla comunione ecclesiale, al medesimo corpo che riunisce tutti coloro che partecipano, nel Sacramento, al sacrificio redentivo di Cristo. Come ha spiegato molto chiaramente il Papa nel suo discorso di lunedì 23 gennaio al Pontificio Consiglio Cor Unum, «l'organizzazione ecclesiale della carità non è una forma di assistenza sociale che s'aggiunge casualmente alla realtà della Chiesa, un'iniziativa che si potrebbe lasciare anche ad altri. Essa fa parte invece della natura della Chiesa. Come al Logos divino corrisponde l'annuncio umano, la parola della fede, così all'Agape, che è Dio, deve corrispondere l'agape della Chiesa, la sua attività caritativa. Questa attività - ha proseguito Benedetto XVI - oltre al primo significato molto concreto dell'aiutare il prossimo, possiede essenzialmente anche quello del comunicare agli altri l'amore di Dio, che noi stessi abbiamo ricevuto. Essa deve rendere in qualche modo visibile il Dio vivente. Dio e Cristo nell'organizzazione caritativa non devono essere parole estranee; esse in realtà indicano la fonte originaria della carità ecclesiale. La forza della Caritas dipende dalla forza della fede di tutti i membri e collaboratori».

Queste parole forse non ci suonano nuove: infatti, molte volte abbiamo sentito o letto il Card. Biffi su questo tema: La Chiesa non è la Croce Rossa!”

Solovev il più grande dei filosofi russi, aveva previsto che alla fine del XX sec. La grande tentazione degli uomini sarebbe stata l’attenzione quasi esclusiva ai valori, - spiega il card, Biffi nella Christus Hodie - ma non come conseguenza che viene da Cristo, ma come sostitutivi della persona di Cristo. I discepoli di Gesù, stanchi di dare testimonianza al Crocifisso, si riducono a parlare di pace, di solidarietà,  … di dialogo con i lontani …«Come se cristo non avesse mai detto: ‘io non sono venuto a portare la pace, ma una spada’ (Mt 10,34-35)» Per l’umanità giunta alla fine del Novecento l’insidia mortale in sostanza è «il cristianesimo ridotto a pura azione umanitaria nei vari campi dell’assistenza, della solidarietà, del filantropismo, della cultura; il messaggio evangelico identificato nell’impegno al dialogo tra i popoli e le religioni, nella ricerca del benessere e del progresso, nell’esortazione a rispettare la natura; la Chiesa del Dio vivente, colonna e fondamento della verità (cfr. 1Tm 3,15) scambiata per un’organizzazione benefica, estetica, socializzatrice» (cf “Attenti all’Anticristo! – Guai a me – Christus hodie)

Ancora una volta, attraverso l’enciclica di Papa Ratzinger la Chiesa ripete parole inequivocabili, che spazzano via ogni lettura parziale e ideologica, e che ancora una volta sfidano il mondo e la cultura dominante sul terreno della verità di Dio e della verità sull'uomo. Altro che «nuovo cattolicesimo riformista»: qui si tratta, come sempre, del nocciolo dell'esperienza cristiana, di quel grande mistero di un Dio che offre se stesso come risposta alla sete di felicità degli uomini; che, abbracciando l'uomo sin nelle sue debolezze e nelle sue miserie (da qui il significato e l'origine dell'amore cristiano ai poveri e agli ultimi), lo riscatta da quel male radicale - da cui il male sociale dipende - che è la mancanza di significato, la resa nichilistica alla disperazione come ultima parola sulla propria esistenza.

«"Il Signore mi ha mandato ... per proclamare ai prigionieri la liberazione" (Lc 4,18). Questi prigionieri siamo noi, gli uomini tutti, che crediamo di essere liberi e siamo quotidianamente insidiati dall’errore, dall’insignificanza, dal peccato, che inceppano il nostro cammino.

La libertà di Cristo, come si vede, è anzitutto interiore, si riferisce al cuore dell’uomo; e primariamente proprio questa libertà noi vogliamo e dobbiamo ogni giorno riguadagnare e difendere.» (Biffi – 1985)