SCIENZA E FEDE

di Massimo Craboledda

A suggello del suo saluto ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze il 22 ottobre 1996, Giovanni Paolo II ha voluto ricordare una verità evangelica che (sono parole sue) potrebbe illuminare con una luce superiore l’orizzonte delle ricerche sulle origini e sullo sviluppo della materia vivente. "La Bibbia –egli dice- contiene uno straordinario messaggio di vita….essa ci offre una visione di saggezza sulla vita…E’ significativo il fatto che, nel Vangelo di S. Giovanni, la vita designi la luce divina che Cristo ci trasmette. Noi siamo chiamati ad entrare nella vita eterna, ossia nell’eternità della beatitudine divina". Dopo aver citato le parole del Deuteronomio (8,3): "L’uomo non vive soltanto di pane, ma…vive di quanto esce dalla bocca del Signore", il Papa conclude: "La vita è uno dei più bei titoli che la Bibbia ha riconosciuto a Dio. Egli è il Dio vivente".

Consci, dunque, della sacralità del tema vediamo, in estrema sintesi, come la scienza e la fede si pongono davanti all’origine e allo sviluppo della vita.

Che cosa distingue il vivente dalla materia inerte? Se scendiamo all’interno degli atomi, assolutamente nulla: un insetto, una pianta, un sasso sono costituiti da identiche particelle. Le prime differenze compaiono a livello atomico, ma riguardano soltanto la tipologia degli atomi presenti e non ci danno informazioni molto significative. La gran parte di questi atomi si sono formati nel cuore delle stelle. Ad eccezione dell’idrogeno e di piccole quantità di alcuni elementi più leggeri fabbricati nel caldo universo primordiale, la vita e la morte delle stelle sono gli unici mezzi che la scienza conosce per spiegare la presenza degli elementi più pesanti. Essi, appunto, sono sintetizzati dalle reazioni termonucleari all’interno delle stelle e, quando esse terminano con una gigantesca esplosione la loro vita, vengono dispersi nello spazio per tornare a far parte di corpi celesti successivi. Anche noi siamo costituiti da questi atomi e perciò, con un’immagine un po’ abusata e limitata alla nostra corporeità, si può dire che siamo polvere di stelle.

Salendo il gradino successivo agli atomi incontriamo le molecole. Ora le differenze fra il vivente e l’inerte si fanno importanti, ma è soprattutto al livello delle macromolecole che si compie il salto qualitativo: l’organismo vivente appare infinitamente più strutturato, più ordinato, più ricco d’informazione. Ed ecco, allora, le domande decisive: donde viene questa struttura, questa organizzazione? Come è nata la vita? In Australia e in Sud Africa si sono trovate impronte fossili di batteri primitivi di 3,5 miliardi di anni fa: da dove provenivano?

Una prima teoria, detta della "panspermia", sostiene che la vita sulla terra è conseguenza di un processo di inseminazione da parte di germi provenienti dallo spazio. E’ una teoria conosciuta con diverse varianti, ma oggi riscuote pochissimo credito. Oltre a tutto sposta altrove il problema senza risolverlo.

Non resta, dunque, in ambito scientifico, altra scelta che il ritenere la vita sorta per auto-organizzazione della materia inerte. E’ il tema della generazione spontanea, o abiogenesi, ben noto fin dall’antichità: secondo Aristotele le rane nascono spontaneamente dal fango delle paludi e le mosche dalla carne putrefatta. Credenze simili resteranno invariate fino al XVII° secolo quando gli esperimenti di Francesco Redi e, successivamente, dell’abate Lazzaro Spallanzani (XVIII° secolo) e di Luigi Pasteur (XIX° secolo) ne dimostreranno l’infondatezza.

Gli studi di Pasteur, tuttavia, non provano che sia impossibile la transizione naturale dal non vivente al vivente. Questa ipotesi è stata riproposta negli anni trenta del secolo scorso dal biologo russo Aleksandr Oparin, il quale ipotizzava un’atmosfera primitiva composta da idrogeno, vapore acqueo, metano, azoto e ammoniaca. In tale atmosfera le scariche elettriche dei fulmini e le radiazioni ultraviolette del sole avrebbero provocato la sintesi di composti organici semplici che, disperdendosi negli oceani, avrebbero formato il cosiddetto "brodo prebiotico". Qui, per reazioni chimiche successive, si sarebbero formate casualmente proteine, acidi nucleici ed infine i primi organismi viventi. Nel 1955 il chimico americano Stanley Lloy Miller pubblicava i risultati di esperimenti nei quali aveva ottenuto una miscela di composti organici fra cui alcuni amminoacidi (i componenti fondamentali delle proteine) facendo passare scariche elettriche in miscele gassose formulate secondo la teoria di Oparin. Nei cinquant’anni che sono seguiti si è continuato a lavorare su queste tracce ipotizzando modelli per spiegare l’aggregazione di quei primi composti e riconoscendo, a posteriori, principi di affinità e di stabilità che potrebbero rendere, in qualche modo, ragione del formarsi delle molecole molto complesse che si riscontrano nelle cellule degli organismi viventi.

Che dire di tutto ciò? Fermo restando che si tratta di ipotesi e che appare difficile prevedere, anche per il futuro, certezze su questa materia, le cose potrebbero essere effettivamente andate come ipotizzato dai biologi e le cellule capaci di replicarsi e di sostenere i processi della vita essersi formate da auto-organizzazione di materia inerte grazie a un dinamismo interno governato da leggi di ammirabile perfezione. E questo è il punto: nessuno che voglia essere scientificamente rigoroso può pensare che processi simili siano stati casuali. Un esempio: in una cellula vi sono venti tipi di amminoacidi la cui funzione dipende da circa duemila enzimi. Si calcola che la probabilità che mille enzimi differenti si raggruppino casualmente in modo ordinato fino a permettere il costituirsi di una cellula vivente è dell’ordine di uno contro 101000, come dire che è nulla. E non abbiamo ancora volutamente parlato di vita intelligente, umana.

Se, dunque, vi devono essere leggi a governare tali processi di strutturazione che ci fanno scorgere nella natura un’intenzionalità verso la vita, chi ha posto queste leggi nella materia? Non chiediamo alla scienza risposte che non le competono e lasciamo che essa continui, con i propri metodi, ad indagare la meraviglia dei processi biologici. La nostra risposta viene dalla fede e ci porta verso la certezza di un Creatore. La fede non si oppone alle ipotesi sull’origine della vita che abbiamo sintetizzato ma si innalza a dare loro compimento là dove esse inevitabilmente si arrestano. Per la fede non fa differenza che Dio abbia creato direttamente un organismo vivente o che abbia dato alla materia struttura e leggi perché, a partire da essa, tale organismo si costituisca in un processo evolutivo. Dovremo tornare su questo tema, ma per ora riposiamo nella serena contemplazione del Dio vivente, creatore della vita per amore.