IL CAMMINO CONTINUA …!

di Annetta Ventura

 

Nell’estratto che segue – da un articolo1 di Franco Miano, vicepresidente nazionale  di A.C. - è esaminata la vita   interiore, alla luce della Lettera ai fedeli laici dal titolo «Fare di Cristo il cuore del mondo», lettera  che stiamo leggendo e commentando durante gli incontri mensili di Azione Cattolica, aperti a tutti coloro che desiderino partecipare.

L’interiorità era uno dei temi che avremmo voluto scegliere per una meditazione durante le Quarantore, l’interiorità intesa come ricerca di un rapporto armonico con noi stessi, con gli altri, con Dio, e intesa anche come luogo dove costruire  saldi collegamenti tra gli ideali della  fede e la praticità della  vita quotidiana.

È proprio nel contesto di questi collegamenti che si inserisce il capitolo sulla preghiera e sul suo valore.

Se alla parola azione – di Azione Cattolica – attribuissimo solamente il senso letterale di lavoro, escludendo il significato più ampio di dialogo, condivisione, riflessione, contemplazione, nei momenti in cui non  potessimo assumerci un impegno concreto, ci potremmo sentire inadeguati per l’associazione e per la stessa comunità.

Ma non è così, perché c’è tutta una tradizione ed un’esperienza da trasmettere, c’è un esempio di vita da continuare a dare e soprattutto c’è la preghiera, e pregare è azione.

Mantenere e approfondire un colloquio con Dio, ringraziandolo e ricordandogli coloro  che per vari motivi ci sono cari o vicini, è un’azione che ci mantiene uniti agli altri, è un’azione generosa e  fortemente cattolica.

Tanti auguri per un Natale sereno da passare con chi ci è caro.

1 Nuova Responsabilità / per essere Azione Cattolica oggi, agosto 2005

 

Viaggiare nell’interiorità

 

«La possibilità di incontrare il Signore della vita,

nel cuore della mia più profonda interiorità

in cui io incontro me stesso,

distingue la fede da qualsiasi evasione alienante

 e ne fa uno straordinario ‘valore aggiunto’ recato dal cristianesimo,

che consente di unificare il vissuto umano

nel segno di un’autentica integrità antropologica.

I cristiani hanno molto da dire al riguardo.»

 

Così scrive al paragrafo 13 la Lettera ai fedeli laici .

La fede cristiana non prevede spazi di Dio e spazi dell’uomo, ma ispira e plasma gli spazi dell’uomo affinché diventino spazi di Dio. Non abita solo l’intimità del mio cuore, ma abita quell’intimità che è tutt’uno con l’esteriorità.

Oggi appare sempre più importante e decisivo un ritorno di interiorità e tuttavia l’interiorità spesso è la realtà più devastata che esista.

È devastata dalla mancanza di una coltivazione di sé, perché non preghiamo, o preghiamo poco o male e non facciamo largo al silenzio; è devastata dal rapporto che abbiamo con la televisione, con il computer; è devastata dal modo stesso di vivere.

Eppure ogni cammino non può che ripartire dall’interiorità.   

La solitudine dell’interiorità non è la solitudine dell’isolamento, ma la solitudine piena in cui con me stanno tutti gli altri, in cui ripenso, rivivo, riassaporo le esperienze della vita, rileggendole con gli occhi di Dio. 

L’interiorità va intesa come luogo privilegiato nel quale imparare ad ascoltare il Signore che ci parla; e insieme è il terreno concreto sul quale ognuno di noi impara a combattere le sue battaglie più difficili, specie quelle con se stesso.

Nella Lettera leggiamo: «Nel ritorno al più profondo del nostro io possiamo incontrare colui che è “più interiore di me stesso” (S. Agostino, Confessioni 3, 6, 11).

Non possiamo incontrare Dio senza riconoscere la nostra fragilità e confessare il nostro peccato e senza scendere ai risvolti più reconditi del nostro essere dove nascono i pensieri e le decisioni e da dove scaturiscono gli orientamenti di vita».

Ma rientrare in se stessi non è facile.

«Qui si va a toccare il rapporto che abbiamo con la coscienza e le scelte che da essa scaturiscono; con il corpo e la salute; la sessualità e gli affetti; l’intelligenza e la volontà; la fragilità somatica e la profondità spirituale».

Ed ecco allora il radicale interrogativo che la Lettera si pone:

«Come non vedere quanto sia ardua oggi una sintesi armonica tra questi ambiti?»

Una sintesi ardua, ma non impossibile: è qui la sfida del cristiano, del laico cristiano.

Nell’incontro di me con me stesso, che è una delle facce del mio incontro con Dio, porto con me anche l’altro.

Solo se ogni relazione con l’altro è assunta pienamente, se è vissuta nella sua specificità, ma anche nell’armonico rapporto con ogni altra dimensione della vita, allora l’affettività è riscattata, l’emozionalità non si oppone alla razionalità, il linguaggio del corpo non contrasta con quello dell’anima.

Attorno a tali questioni è possibile rileggere anche la proposta associativa dell’AC.

Anche l’adesione all’Azione Cattolica ha bisogno di una coltivazione dell’interiorità: il primo fondamentale e imprescindibile obiettivo da perseguire è quello di un senso di appartenenza all’associazione fondato su un’adesione interiore, radicata nel Signore.

Il richiamo all’interiorità non è un invito all’isolamento: è il richiamo all’attitudine personalizzante. Abbiamo bisogno di personalizzare anche la nostra scelta di Azione Cattolica, per evitare esperienze massificanti nell’ambito dei rapporti personali ma anche sul terreno delle esperienze di vita ecclesiale.

Il laico di Azione Cattolica dovrebbe vivere la propria adesione all’associazione come qualcosa che sgorga dal cuore, strumento questo della sintesi. Il cuore infatti  mette insieme il sentire, il pensare e il riflettere con l’esperienza e gli affetti.

Ciò significa ribadire il primato dello spirituale nella nostra vita, il primato di Dio.

Ma ciò significa anche favorire l’esercizio di quella sintesi tra la fede e la vita che rappresenta la permanente fatica di ogni cristiano consapevole.