Missione Libano

 

di Francesca Citossi

 

 

C’era un tempo in cui il paese dei cedri era additato come esempio di multiculturalismo e convivenza pacifica e Beirut era la Ginevra del Medio Oriente.

Da trent’anni il Libano rappresenta le responsabilità della comunità internazionale nell’incapacità di sanzionare i suoi membri-che violano le regole di convivenza pacifica-e di dialogo con gruppi estremisti di minoranza che travolgono la maggioranza nei loro progetti irreali di distruzione  lanciando fiammiferi su pozze di benzina.

Il Libano è una delle pezzuole artificiosamente ritagliate dal colonialismo senza nessuna considerazione per la realtà. L’Impero ottomano arrivava fin sulle coste libanesi e alla sua sconfitta fu inventato questo paese e assegnato in amministrazione fiduciaria (dalla Lega delle Nazioni) alla Francia dal 1920 al 1943, anno dell’indipendenza. La Costituzione del 1926 e il Patto nazionale del 1943 prevedono una suddivisone delle cariche pubbliche per favorire gli equilibri e scoraggiare gli abusi: il Presidente della Repubblica deve essere cristiano-maronita, condivide il potere esecutivo col Consiglio dei Ministri presieduto da un musulmano sunnita; l’Assemblea nazionale è costituita per metà da musulmani (sunniti, sciiti, drusi, alawiti) e per metà cristiani (maroniti, greci ortodossi, armeni ortodossi, cattolici e protestanti) ed è presieduta da un musulmano sciita.

La prima guerra civile del 1958 contrapponeva cristiani filoccidentali e musulmani filoegiziani. Dal 1975 erano Israele e Siria ad occupare a più riprese il paese con svariate promesse di ritiri e cessate il fuoco da marinai. Fino al 2000 Gerusalemme ha mantenuto un’ampia fascia di sicurezza mentre Damasco dal 1991 ha un trattato di “protettorato”per non chiamarlo occupazione. Per decenni il paese è rimasto per ¾ sotto controllo siriano, e per l’altro quarto israeliano con varie giustificazioni che spaziavano dalla presenza di gruppi terroristici alla necessità della propria sicurezza.

Il Libano ospita mezzo milione di profughi palestinesi e un milione di lavoratori siriani su un totale di circa quattro milioni di persone e i musulmani rappresentano il 60% della popolazione (di cui il 41% sciita). La missione di interposizione delle Nazioni Unite (UNIFIL) è presente dal 1978 per monitorare il ritiro israeliano.

Scelto come base negli Anni Settanta dall’OLP (Organizzazione per la Liberazione della  Palestina) poi da Hezbollah (“Partito di Dio”) per l’instaurazione di una repubblica islamica sciita, il Libano è lacerato nel profondo del tessuto della sua società civile.

Nel 2005 il Primo Ministro Rafiq al Hariri ha dato le dimissioni per  il mancato rispetto della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che prevedeva il ritiro delle truppe siriane. Il giorno di S. Valentino è stato assassinato e le manifestazioni popolari che ne sono seguite hanno fatto sgomberare le truppe siriane che si sono ritirate nell’aprile dell’anno scorso. Alla morte di Hariri gli è succeduto Fouad Siniora, suo amico d’infanzia prima, suo Ministro delle Finanze poi.

Nel luglio 2006 Israele ha invaso ancora (nel 1978, 1982, 1993,1996) il territorio libanese reagendo al rapimento di due soldati da parte di Hezbollah (di cui, seppur con la cessazione delle ostilità, ufficialmente non si sa nulla). Il movimento è foraggiato e sostenuto da Iran e Siria. Fondato nel 1982 domina la scena della guerriglia libanese con ripetuti sequestri di cittadini occidentali e fa resistenza anti-israeliana nel sud del Libano, ha 35 seggi nel Parlamento ed è radicato sul territorio con una rete capillare di opere assistenziali e sociali. Si può dire che ognuno dei gruppi di minoranza in Libano-e, a conti fatti, ognuno qui è una minoranza-ha o aveva ali estremiste o falangi armate che hanno contribuito ad intricare ed insanguinare le questioni del paese. Negli ultimi due anni nessuno è stato capace, o ha voluto, disarmare Hezbollah come richiede la risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 1559. Risultato: 34 giorni di guerra, 2000 morti e un milione di senzatetto col sud del paese distrutto e secondo i sondaggi metà Libano sta dalla parte di Hezbollah.

Il fronte islamico radicale rifiuta il processo di pace arabo israeliano (quando c’è), la separazione tra sunniti e sciiti è sempre più profonda (come dimostrano anche le dinamiche in Iraq) e infine Hezbollah è allineato con Iran e Siria e, facendo appello al nazionalismo libanese, raccoglie consensi nella politica interna accendendo animosità antiamericane e israeliane.

Questa è la situazione che si prospetta alla missione di pace. La riflessione sorge spontanea: è troppo complicato per poter risolvere qualcosa, andrà male, oppure bisogna essere bravissimi e sperare in un miracolo. All’inverso suona così: non facciamo nulla e continuiamo a stare a guardare, quando poi ci sono i funerali e i feriti allora l’afflato patriottico-pacifista si sgonfia.

Dante, e non solo, tiene nella peggiore considerazione gli ignavi. Forse il problema vero è che siamo stati a guardare per troppo tempo. I soldati non sono certo la soluzione migliore per portare la pace e le Nazioni Unite certo non sono perfette, ma l’alternativa qual è? Quando  fu inventata la Comunità del Carbone e dell’Acciaio, poi Mercato Comune Europeo poi Unione Europea (era il dopoguerra) nessuno credeva che Francia e Germania avrebbero smesso di scannarsi dopo averlo fatto per secoli. L’apartheid e l’Unione Sovietica si sono disintegrati dall’interno, il Muro di Berlino è crollato, Pinochet ha perso le elezioni, l’India ha avuto l’indipendenza con la non violenza di Gandhi, Rabin ha stretto la mano ad Arafat, le manifestazioni pacifiche della primavera nel 2005 hanno fatto ritirare l’esercito siriano. L’immaginazione degli uomini è troppo limitata per contemplare avvenimenti umanamente possibili e si sa che l’immaginazione è meglio della conoscenza: non ha barriere.

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“Libano terra di nessuno”, L’Espresso 17 agosto 2006, p. 28-37

“Il Medio Oriente? Ridisegnato da Hezbollah”, Corriere della Sera, 20 agosto 2006, p.28

“Un pays qui risque de disparaitre”, Courrier International, 16 novembre 2006, p.45