NATALE SI’NATALE NO,

NATALE SE ... …

 

di Maria Carla Papi

 

 

Passano gli anni e all’improvviso ti accorgi che il Natale è diverso.

Lontano quella della propria infanzia, in tempi di vacche magre, quando a settembre s’iniziava a fare la croce sui quadrettino della tessera di Riziero, il salumiere che, ad ogni spesa settimanale, faceva versare – a chi voleva - una piccola rata di poche lire al fine di permettere – a tessera completata – di poter fare la spesa di Natale con uno sconto.

Lontani gli anni del profumo degli abeti, della Fiera di S. Lucia, della pesca dove la mamma riuscì a vincere una pelliccetta di coniglio per me, piccolina di tre o quattro anni.

Lontane le candeline che rischiavano di far incendiare l’albero e quella palla rossa di vetro – la mia preferita – dove specchiavo il mio viso deformato dalla sfera. E i pastori di gesso, il muschio vero …

E poi le poesie da imparare a memoria, la lunghissima Notte Santa che quando la recitavo tutta davanti al presepio di S. Maria dei Servi, i frati mi regalavano un sacchetto di siciliani.

Quel presepio fu il mio primo impatto con le meraviglie della tecnologia (se così si poteva chiamare) perché ogni volta che il giorno sfumava nella note e tutti i mestieri cessavano e i lumi si accendevano nelle casette di finta pietra mentre nel silenzio si udiva solo il rumore del ruscello e il canto degli angeli … mi pareva di essere davanti a un miracolo!

Quante ore ho fatto passare in piedi alla mia povera nonna perché non mi stancavo mai di stare lì!

A quei tempi ci si faceva gli auguri per strada durante la settimana che precedeva il Natale (non a novembre!), i regalini erano semplici, non si mandavano biglietti, tranne che al dottore o alla maestra.

Poi i Natali sono corsi via e, con il cosiddetto boom economico, hanno perso un po’ di sapore, le luci rutilanti delle strade e delle vetrine hanno ricoperto il mistero … Mistero ritrovato davanti agli occhi innocenti di un figlio che ancora non troppo contaminato – fra una letterina a Babbo Natale e una promessa di eterna bontà e obbedienza – riusciva a stupirsi … e toccò a me stare in piedi delle ore davanti ai vari presepi cittadini, sempre più sofisticati e ‘miracolosi’.

Gli anni passano e sorge un po’ di la ribellione: perché festeggiano il Natale anche quelli che non credono? A lavorare! mi veniva da dire. Cosa c’entrano le settimane bianche col Natale? Poi un giorno, con un discorso del Card. Biffi, mi sono riconciliata anche con costoro. Il riflesso del Natale arriva anche a chi non crede, diceva in sostanza, e chissà che quel riflesso non si trasformi prima o poi in luce vera. I tortellini sono sempre buoni a Natale, ma per chi crede lo sono di più disse il saggio Vescovo. Penso allora che quando li assaporeranno con l’ingrediente aggiunto della fede non li cucineranno più in altro modo.

Resta però un dubbio, perché ti accorgi che anche tu a volte sei rimasta invischiata nel sistema: cosa c’entrano gli acquisti smodati a Natale, i Babbo Natale della Coca Cola, e perché anch’io mi sono fatta prendere da un po’ d’ansia, ho mandato tanti biglietti inutili, perché ho speso soldi inutili in ricordini che non servono a nessuno?

Non ho mai esagerato, ma – almeno negli anni  più pieni, tra lavoro e scuola, amicizie e conoscenze, non era facile sottrarsi all’ansia del ‘cosa faccio?’. Poi, senza darmi un perché, da vari Natali ho smesso. Forse semplicemente perché tanti Natali bui e silenziosi, mi hanno permesso di apprezzare di più la luce della S. Messa di mezzanotte. E alla fine ti accorgi che non sei sola, Lui è sempre accanto a farti compagnia e a risponderti – se solo Lo vuoi ascoltare. Tutto il resto … è noia.

Adesso il senso critico si è acuito.  Si sa che con l’avanzare dell’età crescono i difetti! Ma adesso sono infastidita anche dagli auguri scontati, i ricordini scontati,  gesti d’obbligo che non ho voglia di ricambiare tranne che per le persone che in qualche modo condividono la mia vita.

Natale non è solo il 25 Dicembre.

Natale è quando un’amica va a Medjugorje e ti porta un ricordo e sai che ha pregato per una tua intenzione.

Natale è quando due amici vanno a Roma e ti mandano un SMS dicendo di aver pregato per te sulla tomba di Giovanni Paolo II.

Natale è quando ti arriva una mail con il canto di un’Ave Maria mentre hai l’influenza.

Natale è quando un amico non ti vede a Messa e ti telefona per sapere come va e per avere notizie di un problema che sa  che ti assilla.

Natale è quando un’amica si butta qualcosa addosso, e viene a reggerti la scala perché devi cambiare una lampadina e ha paura che ti fai male.

Se nell’anno non si è trovato il tempo da regalare una sola volta, che amici siamo? Perché vogliamo riscattarci a Natale con un sorrisetto, un bacetto, magari persino un ricordino se poi dal giorno dopo la vita di quella persona non t’appartiene più, non la conosci, non la condividi, non gioisci con lei, non stai in ansia per lei …?

Ovviamente, vi sono amicizie lontane, persone che non puoi vedere spesso, oppure persone che s’incontrano ogni estate per condividere un periodo di spensierata serenità: in questo caso, una lettera o un biglietto per gli auguri, costituiscono l’occasione per un ricordo che rinnova l’affetto e la memoria del cuore. Ma è quasi ridicolo quando ciò avviene fra persone che si incontrano abitualmente, abitano nello stesso quartiere o sono della stessa Parrocchia e durante tutto l’anno, se non ti schivano incontrandoti al supermercato, quantomeno ti salutano pilotando il carrello a velocità supersonica accompagnando il saluto con la solita frase: ‘Sempre di corsa, eh?!’

Ciascuno di noi – di questi tempi – tende a vivere nel proprio orticello. A malapena ci conosciamo di vista con i coinquilini. Chi ha una famiglia grande non ha tempo, giustamente, ma non riesce neanche a immedesimarsi nel problema di chi arriva a casa e non ha nessuno con cui parlare la sera, oppure a tavola …Crediamo, sbagliando, che la solitudine sia un’esclusiva degli anziani, ma non è così. Gli anziani, temprati dal callo formato dalla vita, fanno facilmente amicizia con altri coetanei che hanno problemi simili e sono disposti a condividere un po’ di tempo, perché ora di tempo ce n’è di più.

La solitudine invece si annida spesso fra le persone più giovani, e forse è più amara e fredda.

Pensiamo a chi ha un malato in casa, ai ‘residui’ di una famiglia spezzata da una separazione o da un lutto e che magari hanno anche problemi di lavoro. Le vediamo queste persone, in fretta per strada o per le scale: hanno la macchina, il telefonino e solo perché hanno 30-40 anni pensiamo che abbiano stuoli di amici e magari non hanno neanche parenti.

So – per averlo in qualche modo sperimentato per qualche periodo  – che la solitudine a quell’età è ancora più sorda e opprimente e ogni famiglia felice che s’incontra per strada a Natale (lei a braccetto di lui con il figlio saltellante al fianco) ti fa nascere un nodo duro in gola …

Riflettiamo: forse qualcuno, in un momento d’angoscia, ha telefonato o ti ha incontrato e ti ha raccontato il suo dramma, la sua solitudine. L’hai più richiamato? Hai trovato due minuti per chiedere come va alla fine della Messa o incontrandolo per strada?

Hai mai pensato che sperava di mangiare una pizza con te per sfogarsi, per condividere un problema ed ha aspettato invano, nella casa silenziosa, dove solo la televisione dava un cenno di vita, che qualcuno lo strappasse dal cartoccetto di stracchino messo lì alla buona, per non sporcare un piatto?

Tutti abbiamo questi sensi di colpa. A volte è difficile rimediare. Più che di panettoni abbiamo bisogno di parole. Non invadenza, non carità pelosa per sistemare la coscienza natalizia, ma condivisione sincera.

Non c’è obbligo. L’amore deve essere spontaneo, gratuito e sincero, ma evitiamo di costruire una finta amicizia, un finto interesse solo perché è Natale. Il bon ton natalizio stride con lo spirito sincero della festa di Chi è venuto nel mondo per donare se stesso.

Apparteniamo a gruppi, associazioni, movimenti e per lo più non ci conosciamo per nome: la catena si mette in moto solo quando uno muore e molte volte fai una fatica da matti a dare un volto a quel nome che ti hanno detto al telefono.

Tutto ciò anche se è triste è in parte anche inevitabile, ma allora non perdiamo tempo a farci prendere dalle spire del conformismo. È meglio coltivare poco, ma con sincerità e si produrranno frutti buoni e duraturi.

Durante un corso di preparazione, Mons. Di Chio disse che non dovevamo mai prendere impegni col Signore più grandi delle nostre forze. Inutile promettere di dire i Salmi tutti i giorni se poi dopo una settimana non reggiamo. Meglio farlo una volta al mese volentieri. Aspetteremo quel giorno con gioia e col tempo verrà la voglia di fare di più.

Anche per l’amicizia è così. Conserviamo pure la calda cortesia di un augurio incontrando un conoscente, ma non illudiamolo, con gesti ‘decorativi’ che sia amicizia, se per i prossimi 365 giorni sappiamo di non avere da donare neanche un’ora. Allora quest’anno a Natale, non perdiamo tempo con cose inutili, spremendo il cervello per ricordare un nome, un indirizzo, un numero di telefono, scrivere bigliettini e incartare sciocchezze.

Torniamo alla semplicità dei Natali poveri, dove l’eccezione del regalo e del biglietto era per un debito di riconoscenza, per un segno di affettuosa gratitudine. Facciamo sentire il nostro bene a chi è già vicino al nostro cuore e facciamo un piccolo passo alla volta per avvicinare il prossimo. Ad esempio, invece di tanti panettoni regalati qua e là, magari con un offerta 3x2, prepariamo un dolcetto, una torta di mele, qualche biscottino casereccio - o quello che ci riesce meglio - e portiamolo con un sorriso alla famiglia nuova venuta ad abitare nel palazzo, o a una persona sola. Insomma. Facciamo meno, ma mettiamoci ‘del nostro’ affinché i gesti non siano solo ‘rappresentativi’. Avanzerà più tempo e forse, il Natale del prossimo  anno, avremo un vero amico in più.