SCIENZA E FEDE

di Massimo Craboledda

 

"Se è vero che l’uomo discende dalla scimmia, preghiamo perché la cosa non si venga a sapere!": la moglie di un vescovo anglicano confidava così ad un’amica il suo turbamento all’epoca della pubblicazione dei lavori di Charles Darwin. Ma questa preghiera non è stata esaudita e, abilmente guidata dal positivismo materialista, l’idea della nostra diretta discendenza dai primati è divenuta credenza comune. Ad essa la teoria evoluzionista cerca di dare un’inoppugnabile patente di scientificità: non credere a tale teoria, per la cultura ancora oggi prevalente, è un atto di oscurantismo.

Ma le cose non sembrano essere così pacificamente assodate come gli evoluzionisti insistono a proclamare; proprio la scienza, quella seria, sta evidenziando tutta la problematicità di certe conclusioni.

Anzitutto occorre distinguere fra evoluzione ed evoluzionismo. Che la storia dell’universo sia inscritta in un processo evolutivo non è più in discussione. Fino alla metà del XVIII° secolo, sulla scorta delle antiche concezioni aristoteliche, l’universo era ritenuto immutabile e fissata per sempre la natura delle specie viventi, create una volta per tutte con le loro leggi e i loro processi biologici. Oggi sappiamo che c’è un’evoluzione fisica, dal big-bang alla formazione delle galassie, alle successive generazioni di stelle, alla costituzione del sistema solare; c’è un’evoluzione biologica nelle specie viventi che hanno popolato fino ad oggi la Terra; c’è, sotto gli occhi di tutti, il cammino storico dell’umanità. L’evoluzione è un solido quadro teorico, scientificamente provato, che mostra come nelle forme dei viventi vi siano stati sviluppi e trasformazioni. Non vi è alcuna contraddizione di principio fra creazione ed evoluzione; anzi, sul piano logico, la seconda presuppone la prima.

Diversa è la nozione di evoluzionismo. E’, questa, una teoria che, partendo dall’osservazione di certi fatti, pretende di spiegare l’origine della vita e la successiva diversificazione del mondo vivente, a partire dagli esseri più semplici e primitivi fino a quelli più complessi, compreso l’uomo, come una catena continua i cui anelli si sono succeduti grazie a mutazioni genetiche dovute al caso e conservate dall’intervento della selezione naturale. L’evoluzionismo è, dunque, una corrente filosofica, di ispirazione materialista, che interpreta ogni realtà, compreso lo spirito e la coscienza dell’uomo, come fenomeni naturali dovuti al caso e alla necessità, senza la guida di alcun disegno o progetto finalizzato. Di questo abbiamo già accennato in altri articoli. Quello che qui vogliamo evidenziare è che questa teoria incontra, sul piano scientifico, difficoltà molto serie.

Se Darwin o il neodarwinismo avessero ragione, se cioè l’evoluzione fosse avvenuta per piccoli mutamenti casuali conservati, poi, dalla selezione naturale, si dovrebbero trovare fra i fossili numerosi "anelli di congiunzione", ad esempio qualche animale intermedio fra l’ipotetico mammifero terrestre e la balena nella quale egli si trasformò, o un progenitore della giraffa con il collo ancora corto. Ma gli anelli mancanti non si sono mai trovati. Le specie durano, stabili, per decine di milioni di anni, poi, molte, sembrano estinguersi improvvisamente.

Mutazioni genetiche e selezione naturale sono fatti obiettivi, definitivamente acquisiti dalla scienza, ma vengono spesso malamente e fantasiosamente usati dagli evoluzionisti.

La selezione naturale, agendo sui prodotti delle mutazioni e col concorso dell’isolamento geografico delle popolazioni rende perfettamente ragione di quelle modificazioni limitate in seno alle specie, ben note ai naturalisti, generalmente comprese nel termine "microevoluzione". Una delle sue manifestazioni più conosciute è la formazione di razze all’interno di una specie. Essa, però, non ha nulla a che fare con l’evoluzionismo. La microevoluzione implica modificazioni organiche limitate ed esclude la comparsa di nuovi organi e di nuove funzioni che devono, invece, essere postulate dagli evoluzionisti per rendere conto delle differenze organiche e funzionali tra le specie viventi.

Appare, poi, evidente che la selezione naturale può intervenire, nel senso della conservazione, su un mutante soltanto dopo che si sono verificate tutte le mutazioni necessarie alla formazione e completa funzionalità di un nuovo organo. Un individuo con un organo in uno stadio intermedio (ad esempio né pinna né arto) sarebbe certamente svantaggiato rispetto agli individui originali e la selezione provvederebbe a eliminarlo rapidamente dalla faccia della terra. Parlare di formazione lenta e progressiva di un organo è, in generale, un esercizio di fantasia, una mera ipotesi priva di riscontri scientifici: molti organi, per funzionare correttamente e dare, quindi, un effettivo vantaggio al mutante, devono avere una piena maturità, il chè implica un numero molto grande di mutazioni che dovrebbero avvenire simultaneamente per permettere alla selezione di conservare il risultato finale.

Siamo, dunque, condotti, da questa possibile via di uscita, ad un calcolo di probabilità. I risultati sono inequivocabili: quattro miliardi di anni circa, tale il tempo a disposizione dell’evoluzione biologica, rappresentano un lasso insignificante se confrontati agli anni, 10 seguito da centinaia di zeri, necessari per prendere in considerazione dal punto di vista matematico la possibilità della formazione casuale di un organo nuovo. In tutto ciò si tiene presente che il tasso delle mutazioni è estremamente basso: presso gli animali superiori è di appena una ogni 10.000-100.000 individui e quelle letali sono da 10 a 15 volte superiori a quelle favorevoli o che, comunque, mantengono in vita l’individuo colpito.

Queste argomentazioni, che evidenziano alcune delle difficoltà che si oppongono all’evoluzionismo, ci portano a concludere che la sua principale affermazione, la nascita casuale della complessità biologica, è scientificamente inaccettabile.

Ben vengano, dunque, i lavori di biologi, naturalisti, paleontologi, nella speranza che i loro studi ci diano maggiori conoscenze su questo grande tema della vita e del suo sviluppo, ma siamo pur certi che la vera scienza non dimostrerà mai che possiamo fare a meno di un Creatore.