TUTTI CONTRO TUTTI

di Matteo Corelli

In questi giorni stiamo assistendo a grosse operazioni militari e politiche riguardanti le tensioni fra l’Iraq e la Nato. A quanto pare, il Golfo torna alla ribalta. L’episodio scatenante, come tutti sanno, non è altro che la presenza in territorio iracheno di ispettori dell’ONU, che hanno il compito di verificare l’eventuale presenza di armi di distruzione di massa all’interno dell’arsenale del Rais di Baghdad. Questa ispezione è stata fortemente richiesta dal presidente Bush, convinto del riarmo iracheno che sarebbe avvenuto nel "periodo di pace" fra la fine della Guerra del Golfo (che probabilmente dovremo contrassegnare con l’ordinale "prima") e la fine dello scorso anno. Ne è convinto a tal punto da organizzare un attacco preventivo senza il consenso delle Nazioni Unite (per il quale sarebbero necessarie prove schiaccianti che non sono ancora state trovate).

Da una parte abbiamo dunque l’America dalla linea "interventista" (evidentemente a "Bush padre" è rimasto proprio sullo stomaco non essere riuscito a vaporizzare Saddam la prima volta in cui ne ha avuto l’occasione) e l’alleato di sempre, l’Inghilterra di Blair, disposto a buttarsi da una rupe piuttosto che scontentare gli USA; dall’altra c’è il buon Hussein, che, a quanto pare, non ne ha ancora abbastanza di prendere bombe sulla capoccia, e continua a gettare benzina sul fuoco rilasciando dichiarazioni da ricovero immediato in un istituto psichiatrico. In mezzo ci sono tutti gli altri.

Francia e Germania dimostrano un minimo di buon senso, affermando che la situazione si può risolvere in modo pacifico; alla luce dei fatti sembra più una lontana speranza che una constatazione, ma almeno c’è chi riconosce che la forza bruta non è sempre utile né necessaria.

Anche la Russia e la Cina si schierano dalla parte dei non interventisti, ma parlano come se fossero convinti che qualcuno li stia ascoltando, mentre vengono considerati come il due di picche (in una partita di briscola!) dalle superpotenze militari sopra citate.

Poi c’è l’Italia…

Presi in causa dalla stessa America per il semplice fatto che Chirac e Schroeder sono contrari a prendere parte all’attacco (altrimenti Bush non si sarebbe ricordato nemmeno dove si trova il nostro paese), come al solito, facciamo la figura degli sprovveduti: "siamo sempre pronti a dare man forte ai nostri alleati americani, pur ritenendo che la situazione corrente non giustifichi un intervento diretto…". E quando arriva il momento dell’attacco, che aiuto possiamo dare? Chi ci spediamo, in appoggio all’esercito angloamericano, soprattutto ora che mille dei nostri alpini sono in Afghanistan? Totti? La De Filippi?

E intanto chi fa le spese di tutto ciò siamo sempre noi contribuenti. Le tensioni irachene hanno fatto schizzare il prezzo del petrolio alle stelle e, visto che noi retrogradi non abbiamo ancora trovato una risorsa alternativa soddisfacente, l’inflazione di conseguenza avanza. La cosa migliore da fare sarebbe rubare l’automobile a bassi consumi di Beppe Grillo, o almeno chiedergli dove l’ha fatta fare.

Se qualcuno ha una minima idea di come risolvere questo problema che affligge noi poveri popolani, è pregato vivamente di contattarci! Intanto mi toccherà gonfiare di nuovo le ruote della bicicletta.