LA CITTÀ COMMOSSA

SALUTA IL SUO PASTORE

La pioggia insistente e quieta scivolava silenziosa, quasi che il cielo volesse prestare le sue lacrime alla città perché quei "muri che pregano" potessero esprimere tutta la commozione, la stessa che albergava nel cuore di ogni convenuto alla splendida e toccante celebrazione con la quale il Card. Giacomo Biffi ha salutato il suo popolo.

Questa città strana e contraddittoria, non ha mai dimenticato i suoi Vescovi, in qualche modo essi sono rimasti nel cuore delle generazioni che avevano vissuto con loro il Magistero di quel momento, non sempre seguito, qualche volta addirittura contestato.

L’era episcopale del Card. Biffi, si è innestato perfettamente nel cuore del Pontificato di Giovanni Paolo II e, con un Magistero originale, appassionato e vivo, ha reso costantemente presente, splendida e luminosa la bellezza della Chiesa e soprattutto, la bellezza di appartenervi.

Non riusciremo mai a dirgli ‘Grazie!’fino in fondo, perché dire solo grazie sarebbe fare un atto compiuto e poi dimenticare. Il nostro grazie invece non si esaurirà perché, come il Card. Biffi ci ha insegnato:

"La gratitudine è un dolce obbligo che abbiamo con il Signore e non viene mai meno. Come osserva sant’Ambrogio "un debito in denaro si paga con il denaro; un debito di gratitudine non si estingue mai. Un debito in denaro con la restituzione si annulla; un debito di gratitudine si assolve riconoscendo di averlo, e mentre lo si assolve continua a sussistere"" (Biffi, 31-12-1993)

Noi custodiremo il Suo Magistero, lo renderemo vivo e fecondo, per essere degni discepoli di un Pastore che ha offerto a Dio la sua unica vita e ha dedicato a noi vent’anni.

Noi dovremo mantenere vivi i suoi insegnamenti praticandoli, e questa sarà la migliore testimonianza d’affetto a lui che ha deciso di restare fra noi.

"Le nobili tradizioni e le memorie dei padri, quando sono custodite con affettuosa intelligenza, sono il tesoro spirituale e culturale più vero di un popolo ... un popolo che non ricorda il suo passato ... non è un popolo, ma un accolta di individui ... purché però le tradizioni e le memorie siano lette e riconosciute nella loro autenticità significante e nella loro tensione ideale." (Biffi 1-10-93).

Il Magistero del nostro Cardinale – che sì, resterà ‘nostro’ come Arcivescovo emerito di Bologna – è già entrato a far parte della ricca storia di tradizione e di fede della nostra città ed il suo nome arricchisce la lunga serie dei ‘Padri’ di questa città, successori di S. Petronio.

La gioia più grande di un padre è veder crescere bene i propri figli. Il modo migliore che hanno i figli per dimostrare amore ad un padre è quello di essere figli docili e disponibili agli insegnamenti paterni. Con la nostra fede, con la nostra preghiera, con una tensione attiva verso una vita più autenticamente cristiana, noi riusciremo a ripetergli con i fatti, ogni giorno, la stessa frase che gli ha rivolto il sindaco Guazzaloca: "Card. Biffi, le vogliamo bene!: ‘'

 

SALUTO "ALL’AMATO PADRE" DI S. E. MONS. CLAUDIO STAGNI

"Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l'esito del loro tenore di vita, imitatene la fede. Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Non lasciatevi sviare da dottrine diverse e peregrine" (Ebr 13,7s).

La Chiesa di Bologna con questa solenne Eucaristia presieduta dal Card. Giacomo Biffi, celebra la lode di ringraziamento al Signore ed esprime la sua gratitudine all'Arcivescovo che per quasi 20 anni l'ha guidata come Pastore e Maestro nel nome di Cristo.

Eminenza Reverendissima, amato Padre della nostra fede, siamo consapevoli dell'impossibilità di sdebitarci per i benefici da Lei ricevuti in questi anni; Ella si è donata totalmente a Bologna e alla sua gente come arcivescovo a tempo pieno e a cuore indiviso; in breve tempo ha conosciuto la nostra città con la sua storia, ha capito i tesori e i limiti dei bolognesi, ha apprezzato le bellezze della nostra Chiesa e le fatiche dei suoi figli; abbiamo capito che ci ha voluto bene subito.

Sentiamo nell'animo il bisogno di ringraziarla per la sollecitudine quotidiana di Vostra Eminenza per questa Chiesa particolare, oltre che per la Chiesa universale. Un grazie profondo lo esprimono soprattutto coloro che sono stati a Lei più vicini in questi anni nella cura pastorale negli uffici diocesani, i presbiteri diocesani e religiosi, le Suore e i fedeli tutti della nostra Arcidiocesi.

Ella ci ha detto che non pensava di venire a Bologna, ma che una volta conosciuta la volontà del Papa, si è dato totalmente alla nuova missione che nella continuità della successione apostolica La portava sulla cattedra che fu di S. Petronio. E noi tutti siamo testimoni della fedeltà e della generosità con cui ha amato questa Chiesa che è Sua.

In questi anni abbiamo fatto l'esperienza di una guida illuminata e sicura, che in un tempo caratterizzato da molta confusione nella dottrina e nella morale ci ha richiamato fortemente alla verità che salva. "Cristo, unico salvatore del mondo ieri, oggi e sempre" è stato il centro del Suo magistero episcopale, che ci ha impressionato per la chiarezza del linguaggio e per la coerenza della dottrina. Annuncio di verità che ha comportato coraggio, che non ha concesso nulla all'opinione dominante, che talvolta ha avvertito in anticipo il pericolo.

Non ci nascondiamo i contrasti e le difficoltà che certamente l'hanno fatta soffrire, soprattutto quando nascevano dai fratelli di fede.

La Chiesa di Bologna conserverà nella sua storia la memoria di alcuni eventi significativi legati all'episcopato di Vostra Eminenza, dal provvidenziale restauro di questa Chiesa cattedrale, al Congresso Eucaristico del 1987 e soprattutto quello nazionale del 1997. E anche per Lei sarà di conforto ricordare i frutti di santità che la Santa Madre Chiesa ha riconosciuto tra i figli di Bologna beatificando Bartolomeo M. Dal Monte e Ferdinando Maria Baccilieri, e canonizzando il martire Elia Facchini e la giovane Clelia Barbieri.

Eminenza, grazie per l'affetto che ha dimostrato verso questa Chiesa, anche nello scegliere di rimanere tra noi; in questo modo continuerà a donarci il Suo ministero episcopale e la Sua preghiera nell'offerta del Sacrificio eucaristico quotidiano.

Da parte nostra assicuriamo la nostra preghiera per Lei, e nella Santa Messa, assieme al nuovo Arcivescovo Carlo, sarà dolce per noi ricordare anche l'Arcivescovo emerito Giacomo.

 

SALUTO DI S. E. MONS. ERNESTO VECCHI RICORDANDO IL COSTANTE

"CANTO D’AMORE"

"Bologna ha solcato le onde inquiete di una lunga storia e si è fatta nei secoli grande, bella, dotata di laboriosa vitalità, senza smarrire mai la propria identità fondamentale." - e ha proseguito - "Tutto il magistero e l'opera del Cardinale a Bologna sono stati un appassionato e ininterrotto canto d'amore per la sua città".

 

SALUTO DEL SINDACO DI BOLOGNA GIORGIO GUAZZALOCA

"In venti anni, la città, la nostra città, Bologna ha saputo rinnovarsi per trovare sempre nuove energie. Una città e dei cittadini che hanno anche saputo reagire con grande forza e con grande coraggio quando sono stati colpiti da coloro che volevano seminare odio e morte. Sappia Eminenza, che in quelle drammatiche circostanze la sua presenza e la sua guida ci sono state di grande conforto e di grande aiuto per ritrovare la forza che apre alla speranza" Il sindaco ha poi concluso il suo intervento dicendo: "Cardinale Biffi, le vogliamo bene. Grazie!",

 

Omelia di S.E. il Cardinale Giacomo Biffi

Arcivescovo emerito di Bologna

Domenica 18 Gennaio 2004, Cattedrale di San Pietro, Bologna

"Rendo grazie al mio Dio, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo (cfr. Rm 1,8; Col 1,13) per i molti doni che hanno impreziosito e allietato gli anni - i molti anni, ormai - del mio pellegrinaggio terreno. Lo ringrazio per la fantasia e la sorprendente misericordia con cui egli è venuto a prendermi tra la gente umile e dimessa del quartiere popolare della mia origine e mi ha sollevato fin dove "non era mai salito neppure il più svagato dei miei pensieri" (Card. G. Colombo). Lo ringrazio anche per la consolazione oggi offertami di celebrare la liturgia eucaristica in questa cattedrale, che mi è carissima, circondato e ancora una volta sorretto dall’amore ecclesiale e dalla gratuita benevolenza dei molti che hanno avuto comprensione e pazienza con me in questo quasi ventennio, e oggi sono qui a esprimermi una riconoscenza che li onora e un’attenzione fraterna che mi tocca profondamente.

È stata per me una fortuna singolare l’aver potuto conoscere da vicino la bella realtà di questa Chiesa petroniana e la grande ricchezza umana, culturale, spirituale della gente bolognese. Più ancora è stata per me una fortuna l’aver a lungo condiviso con questa Chiesa e con questa gente le speranze e le preoccupazioni, le esperienze gioiose e le pene, il gusto di una memoria storica tra le più illustri e benemerite della vicenda civile e al tempo stesso l’ansia di preparare e favorire un avvenire degno del nostro passato. La bontà divina per venirmi incontro e soccorrermi si è servita della generosità attiva e delle capacità di molti, a cominciare dai due impareggiabili vescovi ausiliari. A tutti dico la mia gratitudine e tutti con animo amico affido al Signore, che sa compensare adeguatamente tutti. Esplicitamente però voglio indirizzare il mio "grazie" al papa Giovanni Paolo II, che dopo avermi amabilmente incoraggiato ad accogliere la sua designazione, mi ha ripetutamente manifestato la sua volontà di essermi vicino e di aiutarmi fattivamente.

Ma la natura speciale di questo incontro non deve privarci del nutrimento interiore che ogni domenica ci viene dato dalla parola di Dio e dall’esempio, dall’insegnamento, dal fascino di colui che è il solo vero Maestro e l’unico necessario salvatore di tutti.

"Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui" (Gv 2,11), ci ha detto la lettura evangelica. Come si vede, il Figlio di Dio comincia la sua azione di salvezza nell’ambito di un banchetto. È un contesto che gli è caro: egli ha pronunciato a tavola alcune delle sue parole più incisive e più belle. A tavola, durante una cena, istituisce l’eucaristia e ci dona così il mezzo per tenere sempre viva e attuale la sua totale dedizione per noi. Non gli importa molto di essere chiamato - come di fatto è stato chiamato - "mangione e beone" (cfr. Mt 11,19): non si cura troppo delle apparenze sociali della virtù.

Egli sa anche digiunare, ma non ama presentarsi come un professionista dell’ascetismo. Quando digiuna, non si mette in piazza, non fa comunicati stampa e pubbliche dichiarazioni: quando digiuna si nasconde nella solitudine del deserto. Abitualmente, nella vita comune, preferisce mostrarsi come uno che sa apprezzare il buon vino e la buona cucina; tanto è vero che quei gaudenti di pubblicani lo invitavano spesso. Oseremmo dire che nella cultura bolognese e persino nelle consuetudini tipiche della nostra pastorale Gesù si troverebbe a suo agio. Accetta la durezza e le privazioni di una vita randagia, ma sa anche condividere la più semplice delle letizie umane: quella di stare serenamente a mensa in compagnia di persone amiche. E proprio perché non sia sciupata questa letizia, a Cana compie il suo primo prodigio. È da notare poi che a Cana egli non prende parte a un pranzo comune, ma a una festa di nozze. Questa, del matrimonio, è l’altra realtà umana che nell’episodio viene ratificata, esaltata e offerta in una luce più alta. Nella società attuale l’amore tra l’uomo e la donna appare per troppi aspetti alterato e avvilito, insidiato com’è da una ricerca di libertà e di gratificazione individuale tanto assoluta e astratta che finisce coll’essere quasi disumana, senza significazione e senza valore. Così, tutto appare finalizzato all’affermazione dei diritti, delle esigenze, delle prepotenze del singolo e al conseguimento di un piacere epidermico, piuttosto che alla gioiosa, piena, definitiva comunione delle persone; una comunione che sbocca poi di sua natura nella meraviglia della fecondità.

Nel clima odierno e nella visione suggerita o addirittura impostaci dalla mentalità imperante, il nativo disegno del Creatore è del tutto stravolto. Gesù invece vede espresso e reso presente nel giusto affetto e nell’integrazione esistenziale tra l’uomo e la donna addirittura la realtà più grande e incantevole dell’universo; e cioè lo stesso misterioso amore di Dio per l’umanità redenta e ringiovanita dalla rinascita battesimale. Analogo simbolismo era già stato usato nell’Antica Alleanza in riferimento a Israele, e noi ne abbiamo ascoltato un esempio nella prima lettura, presa dalle profezie di Isaia: "Come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo Creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te" (cfr. Is 62,5). San Paolo poi, alla luce della novità del Vangelo, chiarirà e preciserà il senso e la portata che questa affermazione assume nella Nuova Alleanza quando, a commento della celebre frase del libro della Genesi: "L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola" (Gen 2,24), scriverà: "Questo mistero è grande; ma io lo dico per la sua connessione con Cristo e con la Chiesa" (Ef 5,32). Negli sposi, che a Cana in sua presenza fondono le loro esistenze per sempre, il Signore Gesù vede dunque raffigurata e avverata l’unione di Dio con il suo popolo: quell’unione fedele, irrevocabile e fertile, che dà origine al mistero trascendente della Chiesa. E a quei due giovani non fa mancare il vino che dà brio e vivacità al banchetto, appunto come alla sua Chiesa non fa mancare mai (neppure nelle ore più buie e disorientate) lo Spirito Santo, che è il segreto della vitalità inesauribile, della perenne giovinezza, dell’incessante rinnovamento.

A Cana il miracolo avviene alla presenza della Vergine Maria e in virtù del suo pressante interessamento. E non è un caso. Mi viene qui alla mente che in questi anni, proprio dai bolognesi e dal loro attaccamento alla Madonna di San Luca ho imparato con una chiarezza nuova quanto sia rilevante e anzi decisivo l’amore verso la Madre di Gesù e Madre nostra per il prosperare della vita cristiana e per l’autentico rifiorire della fede di una comunità. A Maria sta a cuore l’ineffabile sponsalità divino-umana da cui nasce la Chiesa: questo è dunque l’ultimo messaggio che ci arriva da Cana di Galilea. Ed è un messaggio di speranza. Il che vuol dire: possiamo essere certi che anche nei giorni che appaiono ecclesialmente più aridi e desolati, sarà lei a preoccuparsi che nella comunità cristiana non abbia a mancare mai il vino; il vino inebriante della lieta fedeltà al nostro Dio, della passione per la verità salvifica che ci è stata donata, dell’amore autentico e fattivo per ogni uomo che è sempre l’immagine viva di Cristo."