di
Luigi Gozzoli
Con
questo mese si completa la serie di articoli sulla
conversione di S.Paolo esaminata anche attraverso il suo carattere, che non era
facile. Premetto che tutti i giudizi sottoelencati sono stati desunti da un
corso di esercizi del card..Albert Vanhoye, rettore
del Pontificio Istituto Biblico a membro della stessa Commissione Biblica. Quindi uno specialista.
Dico
questo perché la solarità delle espressioni, la durezza di certe analisi, lo
stile distaccato e quasi giornalistico del prelato hanno colpito anche me. La
prima annotazione é sul fatto che Paolo aveva un carattere collerico e
permaloso. Basti dire che tra lui ed il
proto-cristiano Barnaba (verso il quale – detto en passant -
avrebbe dovuto essere riconoscente perché lo aveva presentato agli Anziani di
Gerusalemme) scoppiò ad un certo punto un litigio verbale violentissimo -
"parossismo", significa la parola greca - (cfr At 15,39) tanto che li
divisero e ognuno se ne andò per la propria strada. In seguito, durante il
primo concilio ecumenico (Gerusalemme 49-50 d.C.), Paolo si oppose perfino a
Pietro, capo indiscusso della comunità, e lo fece "a viso aperto",
come lui stesso precisò nella lettera ai Galati (2,11 e segg.) perché cercava
di restringere l'apostolato ai soli Ebrei e non anche ai "gentili", cioè a tutti gli uomini.
Commento.
Che la storia del cristianesimo gli abbia in seguito
dato ragione, non giustifica la violenza e l'invadenza dell'attacco portato al
primo Papa in una pubblica assemblea.
Un
secondo lato del carattere di Paolo che colpisce il lettore é che,
psicologicamente, Paolo era un tipo iper-reattivo ed emotivo, di quelli per intenderci
che scattano subito e poi si acquietano, sereni, dopo la tempesta.
Il
cardinale Vanhoye cita in proposito una gustosa espressione: francese: Soupe
au lait (zuppa di latte) che quando la si
riscalda, si solleva all’improvviso e, se non la sorvegli, trabocca dalla
pentola provocando danni non previsti.
Un terzo lato del carattere di Paolo era dato
dall’estremo dinamismo personale e in ciò differisce molto dai cattolici di oggi. Le conseguenze pratiche di tutto ciò sono descritte nella 2 Lettera ai Corinzi (11,24-30):
«Sono ministri di Cristo? (si
riferisce ai superapostoli o falsi apostoli – NdR) Sto per dire una
pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle
prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte.
Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato
battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte
ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde.
Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di
briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella
città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi
fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti
digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio
assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. Chi è debole,
che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?
Se è necessario vantarsi, mi vanterò di quanto si riferisce
alla mia debolezza. Dio e Padre del Signore Gesù, lui
che è benedetto nei secoli, sa che non mentisco.»
Il curriculum di Paolo si completa con l'ultimo
lato personale del suo carattere. Scrive Vanhoye: “a
Paolo piace molto parlare di se stesso”ed aggiunge che "nel
nuovo testamento non c'é nessuno che parli di se stesso come fa lui".
Sarà! Aggiungo che, almeno nell’A.T, altri due
personaggi parlano molto di sé anche lamentandosi: sono
il profeta Geremia ed il povero Giobbe.
Leggeteli e
verificate!