IN
CAMMINO
VERSO VERONA!
di
Giuseppe Gualandi
Negli ultimi
giorni della sua vita papa Giovanni XXIII affermava: «Le
circostanze odierne, le esigenze degli ultimi cinquantanni,
lapprofondimento dottrinale ci hanno condotto dinanzi a
realtà nuove, come dissi nel discorso di apertura del concilio.
Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a
comprenderlo meglio.
È giunto il momento di riconoscere i
segni dei tempi, di cogliere le opportunità e di guardare
lontano».
Il convegno
ecclesiale di Verona, previsto nellottobre
Non si deve
tuttavia dimenticare che punto nodale, di svolta, per orientare
lattività della Chiesa nella lettura dei segni dei tempi
resta il Concilio Vaticano II del quale - un po in sordina
per la verità - vengono ricordati proprio nel 2005 i quarantanni
dalla chiusura. Il Concilio si assunse come programma il
superamento della frattura che si era creata nei decenni
precedenti tra fede e contesti culturali che permeavano la
società, tra dottrina della Chiesa e comportamenti indifferenti,
quando non apertamente ostili, al richiamo della fede.
«Il
concilio, infatti, come notava il Card. Ruini nel 1997
non soltanto ha preso atto della grande distanza, o
frattura, che separavano linsegnamento e la prassi
della Chiesa dalle forme culturali predominanti negli stessi
paesi in cui il cristianesimo è radicato da molti secoli, ma ha
anche assunto come proprio fondamentale programma il superamento
di tale distanza, attraverso il dialogo e possibilmente
lincontro con tali forme culturali, certo a condizione di
non rinunciare alla sostanza della fede cattolica.»
Istanze culturali
e comportamenti che oggi, in molti casi, sono stati codificati -
come faceva presente, certo a malincuore - lo stesso card. Ruini
parlando, ai primi di settembre, al settimo Forum del Progetto
culturale della Chiesa:
«Si tratta,
cioè, di affidarsi anche in questi ambiti, al libero confronto
delle idee, rispettandone gli esiti democratici pure quando non
possiamo condividerli».
Prendere coscienza
di un dato di fatto non è un arrendersi: è la premessa
indispensabile per individuare le modalità della testimonianza
che è richiesta come singoli e come appartenenti a
qualsiasi forma di associazionismo impegnato.
Per carità, non
coltiviamo una mentalità da fortezza assediata: ci
costringerebbe sulla difensiva in un atteggiamento di
subordinazione al mondo esterno e potremmo anche dare
limpressione di non essere pienamente convinti di avere una
ricchezza da trasmettere.
È indubbio,
tuttavia, che serpeggiano sentimenti di disagio nella popolazione,
perdita di identità, sentimenti di paura e di insicurezza che
hanno come conseguenza la chiusura in se stessi, nel proprio
limitato ambito familiare, in forme esasperate di individualismo.
La stessa disaggregazione
in minuscole forze partitiche dei blocchi politici che avevano
alle spalle, come dato di fatto, decenni di storia e un nucleo di
idee forti che facevano da coagulo, attesta unattenzione
eccessiva al proprio particulare.
§
Dobbiamo chiederci: questo clima si riflette anche nella
comunità cristiana? Nelle varie forme di associazionismo?
È una verifica
che dovremmo fare, con coraggio, allinterno delle nostre
comunità, per cogliere le sfaccettature degli eventuali momenti
di crisi o, quanto meno, di calo di tensione, di frantumazione
delle forze; confrontarsi, evitando toni autoreferenziali (io
lavevo detto!
) che vanno sempre alla ricerca di
scusanti o di condanne sbrigative del mondo di oggi, giudicato
impenetrabile al messaggio di fede.
§
Il linguaggio che usiamo oggi riesce a trasmettere il vero
volto di Cristo?
Non ci attacchiamo
con facilità, per pigrizia o per quieto vivere, alla tradizione
o, forse meglio, al tradizionalismo, perché, come sappiamo,
Lincontro di
Verona è un messaggio di speranza.
«La nostra
speranza non è una illusione o una facile soluzione ai problemi
della vita: è una persona, la persona di Gesù risorto. Essere
suoi testimoni significa allora fare del Risorto, che vive in
mezzo a noi e rigenera la nostra speranza, la sorgente della
testimonianza.» (Liviana Sgarzi Bullini, presidente
diocesana di AC)
Trasmetterla e
calarla tra noi, nel contesto storico, questa speranza, attenti
alle sensibilità, ai bisogni spirituali, magari inespressi.
Comunicare un
Cristo profetico, al di sopra di ogni
strumentalizzazione di destra o di sinistra.
Affidarsi al
linguaggio biblico più che a elaborazioni concettuali e non
ridurre il Vangelo a dottrina filosofica, a ideologia, a morale.
Il cristianesimo
è un evento, una Persona.
Un Dio
disincarnato e astratto non arriva al cuore delluomo.
«Cominciare
dallesigenza di relazioni evangeliche allinterno
della comunità cristiana e tra questa e lambiente in cui
vive. È urgente sostituire il primato delle strutture con quello
dei rapporti interpersonali, privilegiando tra le prime solo
quelle che servono veramente alla comunicazione vitale del
vangelo (
), più genuinità evangelica, meno
burocrazia e meno formalità (
) favorire la
capacità di discernere biblicamente la realtà coltivando uno
sguardo che nasce dallincontro tra scrittura e cultura» (don
D. Albarello, in Segno dal mondo, n. 16, 2005).
Nella Lettera
ai fedeli laici, in preparazione al convegno veronese i
vescovi insistono sul fatto che i fedeli rappresentano un ponte
tra
Capire quando
dietro questi atteggiamenti possa nascondersi il richiamo ad
appartenenze ecclesiali del passato poi abbandonate.
Persone con le
quali abbiamo tuttora un rapporto di amicizia hanno magari
compiuto con noi, allinterno di associazioni o di gruppi,
lunghi tratti di un percorso di fede poi interrotto, aspettano
forse un segnale, una disponibilità al dialogo.
Nostalgia di una
passata appartenenza abbandonata per il poco entusiasmo, per la
mancanza di relazioni ed iniziative coinvolgenti allinterno
della comunità?
Nei primi mesi del
suo ministero petrino Benedetto XVI ha parlato più
volte della gioia come sentimento che deve nascere dalla
riflessione sullEvento dellincarnazione del Figlio di
Dio.
Larricchimento
della propria vita interiore e la capacità di leggere la realtà
multiforme sono due condizioni irrinunciabile per comunicare con
coerenza la speranza nel Cristo risorto, la gioia di credere,
mirando al vissuto reale della persona, oltre le apparenze sempre
gioiose pretese dal consumismo, dal perfezionismo estetico della
corporeità e dalla omologazione imposta dai mass media. Fenomeni
che non comportano automaticamente labbandono della fede.
Limportanza
delle relazioni, dei legami, del confronto sincero; aprirsi al
rapporto con il mondo affrontando tematiche attinenti alla
vocazione laicale: mondo del lavoro, della famiglia, del disagio
giovanile, delle diverse forme di emarginazione - indotte dalla
ricchezza malamente distribuita - tempo libero, linguaggio per
educare alla fede, impegno nellambito della società civile,
sviluppo della tecnologia e giustificazione di ogni sua pratica
applicazione al di fuori delle esigenze delletica da parte
di larghi strati di popolazione.
Dai vescovi, nel
documento già ricordato, viene un invito che è anche la
constatazione di un dato di fatto:
«Non sempre
lauspicata corresponsabilità (cioè
la responsabilità ecclesiale di ciascun credente in forza
del battesimo rispetto alla testimonianza cristiana N.
d. R.) ha avuto adeguata realizzazione e non mancano
segnali contradditori. Si ha talora la sensazione che lo slancio
conciliare si sia attenuato.
Sembra di
notare, in particolare, una diminuita passione per
lanimazione cristiana del mondo del lavoro e delle
professioni, della politica e della cultura. Vi è in alcuni casi
anche un impoverimento di servizio pastorale allinterno
della comunità ecclesiale. Serve unanalisi attenta ed
equilibrata delle ragioni dei ritardi e delle distonie, per
poterle colmare con il concorso di tutti».