IN CAMMINO… VERSO VERONA!

di Giuseppe Gualandi

 

Negli ultimi giorni della sua vita papa Giovanni XXIII affermava: «Le circostanze odierne, le esigenze degli ultimi cinquant’anni, l’approfondimento dottrinale ci hanno condotto dinanzi a realtà nuove, come dissi nel discorso di apertura del concilio. Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio. … È giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi, di cogliere le opportunità e di guardare lontano».

 

Il convegno ecclesiale di Verona, previsto nell’ottobre 2006, in continuità con i precedenti convegni del 1976 (Roma), 1985 (Loreto), 1995 (Palermo), avrà come tema «Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo», e si richiamerà anche al progetto culturale della chiesa nonché agli Orientamenti pastorali per il primo decennio del duemila «Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia».

Non si deve tuttavia dimenticare che punto nodale, di svolta, per orientare l’attività della Chiesa nella lettura dei segni dei tempi resta il Concilio Vaticano II del quale - un po’ in sordina per la verità - vengono ricordati proprio nel 2005 i quarant’anni dalla chiusura. Il Concilio si assunse come programma il superamento della frattura che si era creata nei decenni precedenti tra fede e contesti culturali che permeavano la società, tra dottrina della Chiesa e comportamenti indifferenti, quando non apertamente ostili, al richiamo della fede.

 

«Il concilio, infatti, – come notava il Card. Ruini nel 1997 – non soltanto ha preso atto della grande distanza, o frattura, che separavano  l’insegnamento e la prassi della Chiesa dalle forme culturali predominanti negli stessi paesi in cui il cristianesimo è radicato da molti secoli, ma ha anche assunto come proprio fondamentale programma il superamento di tale distanza, attraverso il dialogo e possibilmente l’incontro con tali forme culturali, certo a condizione di non rinunciare alla sostanza della fede cattolica.»

 

Istanze culturali e comportamenti che oggi, in molti casi, sono stati codificati - come faceva presente, certo a malincuore - lo stesso card. Ruini parlando, ai primi di settembre, al settimo Forum del Progetto culturale della Chiesa:

«Si tratta, cioè, di affidarsi anche in questi ambiti, al libero confronto delle idee, rispettandone gli esiti democratici pure quando non possiamo condividerli».

Prendere coscienza di un dato di fatto non è un arrendersi: è la premessa indispensabile per individuare le modalità della testimonianza che è richiesta come  singoli e come appartenenti a qualsiasi forma di associazionismo impegnato.

Per carità, non coltiviamo una mentalità da fortezza assediata: ci costringerebbe sulla difensiva in un atteggiamento di subordinazione al mondo esterno e potremmo anche dare l’impressione di non essere pienamente convinti di avere una ricchezza da trasmettere.

È indubbio, tuttavia, che serpeggiano sentimenti di disagio nella popolazione, perdita di identità, sentimenti di paura e di insicurezza che hanno come conseguenza la chiusura in se stessi, nel proprio limitato ambito familiare, in forme esasperate di individualismo.

La stessa disaggregazione in minuscole forze partitiche dei blocchi politici che avevano alle spalle, come dato di fatto, decenni di storia e un nucleo di idee forti che facevano da coagulo, attesta un’attenzione eccessiva al proprio “particulare”.

 

§                   Dobbiamo chiederci: questo clima si riflette anche nella comunità cristiana? Nelle varie forme di associazionismo?

È una verifica che dovremmo fare, con coraggio, all’interno delle nostre comunità, per cogliere le sfaccettature degli eventuali momenti di crisi o, quanto meno, di calo di tensione, di frantumazione delle forze; confrontarsi, evitando toni autoreferenziali (io l’avevo detto! …) che vanno sempre alla ricerca di scusanti o di condanne sbrigative del mondo di oggi, giudicato impenetrabile al messaggio di fede.

 

§                   Il linguaggio che usiamo oggi riesce a trasmettere il vero volto di Cristo?

Non ci attacchiamo con facilità, per pigrizia o per quieto vivere, alla tradizione o, forse meglio, al tradizionalismo, perché, come sappiamo, la Tradizione è troppo importante nella vita della Chiesa per essere chiamata a difesa del troppo spesso ripetuto ”si è sempre fatto così”?

L’incontro di Verona è un messaggio di speranza.

La Chiesa ricorda a tutti il mistero che fonda la nostra fede, la risurrezione, fonte di speranza per noi, ma anche per chi vive nel dubbio, se saremo testimoni credibili.

«La nostra speranza non è una illusione o una facile soluzione ai problemi della vita: è una persona, la persona di Gesù risorto. Essere suoi testimoni significa allora fare del Risorto, che vive in mezzo a noi e rigenera la nostra speranza, la sorgente della testimonianza.» (Liviana Sgarzi Bullini, presidente diocesana di AC)

 

Trasmetterla e calarla tra noi, nel contesto storico, questa speranza, attenti alle sensibilità, ai bisogni spirituali, magari inespressi.

Comunicare un Cristo “profetico”, al di sopra di ogni strumentalizzazione di destra o di sinistra.

Affidarsi al linguaggio biblico più che a elaborazioni concettuali e non ridurre il Vangelo a dottrina filosofica, a ideologia, a morale.

Il cristianesimo è un evento, una Persona.

Un Dio disincarnato e astratto non arriva al cuore dell’uomo.

 

«Cominciare dall’esigenza di relazioni evangeliche all’interno della comunità cristiana e tra questa e l’ambiente in cui vive. È urgente sostituire il primato delle strutture con quello dei rapporti interpersonali, privilegiando tra le prime solo quelle che servono veramente alla comunicazione vitale del vangelo (…), più genuinità evangelica, meno burocrazia e meno formalità (…) favorire la capacità di discernere biblicamente la realtà coltivando uno sguardo che nasce dall’incontro tra scrittura e cultura» (don D. Albarello, in Segno dal mondo, n. 16, 2005).

     

Nella Lettera ai fedeli laici, in preparazione al convegno veronese i vescovi insistono sul fatto che i fedeli rappresentano un ponte tra la Chiesa, la comunità ecclesiale, e “situazioni secolari”. Gli incontri quotidiani con le persone, ma anche con i mezzi di comunicazione e con la cultura in generale, mettono il credente di fronte a provocazioni, a indifferenza, a ostilità aperte.

 

Capire quando dietro questi atteggiamenti possa nascondersi il richiamo ad appartenenze ecclesiali del passato poi abbandonate.

Persone con le quali abbiamo tuttora un rapporto di amicizia hanno magari compiuto con noi, all’interno di associazioni o di gruppi, lunghi tratti di un percorso di fede poi interrotto, aspettano forse un segnale, una disponibilità al dialogo.

 

Nostalgia di una passata appartenenza abbandonata per il poco entusiasmo, per la mancanza di relazioni ed iniziative coinvolgenti all’interno della comunità?

Nei primi mesi del suo ‘ministero petrino’ Benedetto XVI ha parlato più volte della gioia come sentimento che deve nascere dalla riflessione sull’Evento dell’incarnazione del Figlio di Dio.

L’arricchimento della propria vita interiore e la capacità di leggere la realtà multiforme sono due condizioni irrinunciabile per comunicare con coerenza la speranza nel Cristo risorto, la gioia di credere, mirando al vissuto reale della persona, oltre le apparenze sempre gioiose pretese dal consumismo, dal perfezionismo estetico della corporeità e dalla omologazione imposta dai mass media. Fenomeni che non comportano automaticamente l’abbandono della fede.

 

L’importanza delle relazioni, dei legami, del confronto sincero; aprirsi al rapporto con il mondo affrontando tematiche attinenti alla vocazione laicale: mondo del lavoro, della famiglia, del disagio giovanile, delle diverse forme di emarginazione - indotte dalla ricchezza malamente distribuita - tempo libero, linguaggio per educare alla fede, impegno nell’ambito della società civile, sviluppo della tecnologia e giustificazione di ogni sua pratica applicazione al di fuori delle esigenze dell’etica da parte di larghi strati di popolazione.

 

Dai vescovi, nel documento già ricordato, viene un invito che è anche la constatazione di un dato di fatto:

 

«Non sempre l’auspicata corresponsabilità (cioè la responsabilità ecclesiale di ciascun credente – in forza del battesimo – rispetto alla testimonianza cristiana N. d. R.)  ha avuto adeguata realizzazione e non mancano segnali contradditori. Si ha talora la sensazione che lo slancio conciliare si sia attenuato.

Sembra di notare, in particolare, una diminuita passione per l’animazione cristiana del mondo del lavoro e delle professioni, della politica e della cultura. Vi è in alcuni casi anche un impoverimento di servizio pastorale all’interno della comunità ecclesiale. Serve un’analisi attenta ed equilibrata delle ragioni dei ritardi e delle distonie, per poterle colmare con il concorso di tutti».