LA VOCE DEL VESCOVO

di Maria Carla Papi

iniziamo l’anno con un ‘padre nostro’

La Chiesa attraverso i tempi liturgici, da sempre aiuta i credenti che vogliano fare onestamente una revisione della loro vita, riproponendo, mediante un vissuto autentico dei memoriali e delle solennità, le tappe significative che non possono essere secondarie a nulla per un autentico cristiano. Il Natale e la Pasqua sono fra le più eloquenti, perché abbracciano un cerchio ideale dove un evento da vita all’altro e dove l’uno non ha senso senza l’altro. Con il Natale si ricorda che Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi, per completare il messaggio del Padre (A.T.), per donarci un comandamento nuovo, l’amore, per donarci i sacramenti (battesimo, confessione ed eucaristia), per insegnarci a pregare chiedendo le cose essenziali e semplici per l’uomo, per riscattare i nostri peccati patendo sulla Croce e per assicurarci la vita eterna risorgendo da morte, pur essendo come noi uomo in carne e ossa.

Durante il consueto appuntamento in S. Petronio con gli universitari per l’inizio del nuovo anno accademico, il Card. Biffi, nel corso della sua omelia, ha tenuta una vera e propria lezione sul valore della preghiera e sulla sua necessità esistenziale. Con un’esegesi perfetta e limpida sul ‘Padre nostro’ Biffi parte proprio dai concetti più semplici e comprensibili a tutti – il Padre, il pane e i debiti - per ricondurci all’essenza evangelica.

Meditando questa preghiera insegnataci da Gesù saremo in grado di riscoprire i valori autentici della vita.

Chiede e spiega il Cardinale: "Ma come si fa a pregare come si deve? Quali sono le parole giuste da indirizzare verso il cielo? Non è un interrogativo nuovo. Il vangelo di Luca ci informa che il problema è già stato proposto a Gesù: "Uno dei discepoli gli disse: ‘Signore, insegnaci a pregare’" (Lc 11,1). E Gesù, nella sua abituale concretezza, risponde non con enunciati teorici ma con una formula precisa che ci è familiare: "Voi dunque pregate così: ‘Padre nostro, che sei nei cieli…’" (Mt 6,9)"

IL PADRE, IL PANE E I DEBITI

Gesù ci ha abituati ad una chiarezza disarmante. Nel Vangelo non vi sono concetti teologici astrusi o doppi sensi inesplicabili. Tutto è chiaro, tutto passa attraverso quella formula – così mal digerita da un’umanità spesso parolaia – che dice "sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno." (Mt 5,37). Non per nulla Gesù ci ha invitati ad avere lo spirito dei bambini (Mt 18,3) e citando le Scritture (Sal 8,3) ha ricordato: "Dalla bocca dei bambini e dei lattanti ti sei procurata una lode? ". (Mt 21,16)

Ora, anche insegnandoci a pregare Gesù ha usato lo stesso linguaggio che percorre tutto il Vangelo, dove gli esempi illustrati dalle colorite parabole, prendono spunto dalle cose semplici della vita di tutti i giorni come la farina, il lievito, il sale, dai mestieri e dai gesti, come il pastore, la donna che impasta o va al pozzo, o da certi fatti che a tutti possono accadere. Pensiamo per esempio quando Gesù – per dimostrare l’efficacia dell’insistenza della preghiera racconta la parabola dell’amico importuno (Lc 11,5-7) che a mezzanotte viene a bussare per chiedere dei pani per un ospite inatteso. C’è nel linguaggio una semplicità ed una forza senza pari, perché è un linguaggio comune, ancora attuale, basta rileggere la risposta: "Non m’importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli" Chi non potrebbe capire questo esempio?

E allora, dice il nostro Cardinale, "conosciamo bene questa fondamentale preghiera cristiana, … per una volta mette conto di esaminarla un po’ da vicino."

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"Va notata subito in essa un’ammirevole sobrietà di linguaggio, che arriva (come vedremo) a richiamare i concetti più alti, adoperando i termini più vicini alla nostra ferialità.

"Padre", "pane", "debiti": vocaboli presi, si direbbe, dalle case della gente comune. Evocano una realtà usuale e dimessa: la realtà degli affetti semplici e naturali, del lavoro compiuto per vivere, degli affanni e delle paure degli umili.

" Padre", "pane", "debiti": parole antiche e consuete che mi risuscitano nella memoria il mondo della mia prima età, con la sua povertà e le sue sostanziali "ricchezze".

La prima ricchezza era di avere la fortuna di genitori, che pensando soprattutto a me vivevano e faticavano; che potevano anche litigare a proposito della quantità minima necessaria di carbone da acquistare in estate per riuscire a passare tutto l’inverno, ma non avevano la minima discordanza circa la volontà di farmi crescere nei princìpi di civiltà dei loro padri e nella fede tipica della nostra gente.

E ci allietava il grande dono del pane. I companatici erano tutti attentamente misurati e distribuiti con oculatezza sulla nostra mensa. Il pane invece ci era dato senza limiti; e nessun altro alimento ci sembrava così amico e così nostro.

Infine si aveva la fierezza di non aver debiti con nessuno, attenti dunque ad arrivare puntuali e pronti alle varie scadenze inderogabili di pagamento (l’affitto, la luce, l’acqua, il gas), facendo poi bastare per tutte le altre spese quello che avanzava dell’unica busta paga.

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Il "padre", il "pane", i "debiti": mi emoziona e mi affascina vedere come nella preghiera di Gesù proprio questi comuni pensieri della gente meno abbiente e più oscura siano caricati di un messaggio altissimo e diventino annuncio di superiori verità, quasi segno della nostra relazione di creature esigue e contaminate nei confronti del nostro Creatore e della sua santità.

In questa preghiera, ad esempio, di Dio si dice che è per noi lontanissimo eppure vicinissimo: remoto e sovrastante come la volta del cielo, ma insieme intimo e caro come il nostro papà: "Padre, …che sei nei cieli" (Mt 6,9).

Qui si dice che egli è l’unica sorgente vitale di tutti, perché in lui tutta l’umanità, per così dire, s’imparenta e diventa una sola famiglia: "Padre nostro"; sicché ogni lacerazione, ogni odio, ogni guerra in qualche modo ha la malizia del sacrilegio.

Qui si dice che Dio è la sorgente in noi di una sorprendente e quasi incredibile nobiltà - una nobiltà addirittura "regale" - dal momento che egli ha un suo "regno" che è anche "nostro", visto che siamo suoi figli.

Il pane invece è citato a segnare la nostra radicale indigenza. ? l’emblema di tutto ciò che ogni giorno ci necessita per tirare avanti nel nostro travagliato mestiere di uomini: il cibo, l’aria, la luce, la tenacia, il coraggio, nonché una plausibile ragione di esistere, un po’ di pace interiore, qualche sincera amicizia, e così via.

Sono tutte cose che disperiamo di poterci assicurare con le sole nostre forze, e perciò le imploriamo nell’immagine e nel simbolo del "pane". Sono tutte cose che si consumano in fretta o addirittura di colpo si eclissano, e proprio per questo vanno chieste ogni giorno: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano" (Mt 6,11).

Infine i debiti - lo spettro di chi, pur senza tranquillizzanti riserve finanziarie e senza garanzie per il futuro, vuol poter continuare a camminare a testa alta - sono qui ricordati per dirci che, all’opposto, di fronte a Dio il nostro capo deve essere sempre chinato nell’umiliazione, perché davanti a lui non siamo mai come dovremmo: siamo sempre in uno stato fallimentare.

Ma è uno stato fallimentare che non ci fa cadere nella disperazione, perché sappiamo che i conti possono sempre essere riportati in pareggio dal miracolo della grazia divina filialmente sollecitata: "Rimetti a noi i nostri debiti" (Mt 6,12).

Al tempo stesso la menzione dei "debiti" ci rivela che anche noi paradossalmente abbiamo qualcosa da regalare. Noi abbiamo la possibilità - ci dice la preghiera che Gesù ci ha insegnato - di donare agli altri il perdono, dal momento che c’è sempre qualcuno che pecca contro di noi, allo stesso modo del resto che noi ogni giorno pecchiamo contro gli altri e contro Dio: "Come noi li rimettiamo ai nostri debitori" (ib.).

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Il "padre", il "pane", i "debiti": con questi tre termini - si è visto - Gesù ci ha suggerito, quali contenuti immancabili della nostra preghiera, tre essenziali valori: la certezza di avere un Padre che non ci lasci mai soli a cavarcela con i guai dell’esistenza (come purtroppo fatalmente avviene dei padri che ci generano nella carne); la concreta possibilità di una sopravvivenza degna della nostra natura di uomini; il sollievo e la gioia di sentirci assolti dopo ogni caduta e di poter quindi ripartire a percorrere la via della giustizia.

Non so che cosa di più elementare e di più indispensabile si possa mai desiderare nella vita. Ma la cultura oggi dominante non è di questo parere.

Un’umanità orgogliosamente secolarizzata sembra ritenere Dio un "optional" irrilevante e fuori moda. Soprattutto non accetta un Dio che si intrometta a dirci che cosa è bene e che cosa è male, che si offra come nostro interlocutore appassionato, che ci pensi e ci ami: insomma, non accetta un Dio che sia "padre".

Inoltre, i nostri contemporanei - più preoccupati di mantenere la linea che di sfamarsi, più vogliosi di sperimentare ciò che è sofisticato e trasgressivo che non ciò che è sensato ed essenziale - spesso aborrono dal "pane" (cioè da quanto è secondo l’indole primigenia delle cose, la saggezza, la "norma"); e così il più delle volte finiscono col diventare denutriti e inappetenti.

Soprattutto pare che non ci sia più la "fame di perdono".

Si dice che questo sia una conseguenza del fatto che si è perso il "senso del peccato". Non mi pare del tutto vero: l’odierno imperversare delle accuse di tutti contro tutti e l’infittirsi delle denunce in tutti i campi - in campo sociale, politico, giudiziario - testimonia che oggi c’è un fortissimo "senso del peccato": c’è un fortissimo "senso del peccato altrui"; che non è quello di cui parlava Gesù.

Parrebbe così di dover concludere che il "Padre nostro" sia quindi diventato "inattuale".

Ma attenzione: quando la parola di Dio diventa "inattuale", questo vuol dire soltanto che la nostra "attualità" non è più "vera". Proponiamoci allora quest’anno di "inverarla" nella nostra mentalità e nella nostra vita, seguendo le indicazioni che il Signore ci ha prospettato nel "Padre nostro".

Iniziamo dunque questo anno nuovo pregando con le parole che Cristo stesso ci ha insegnato. Preghiamo meditando il significato di questa preghiera e mentre diciamo ‘sia fatta la tua volontà’, ripetiamolo con convinzione e non meccanicamente a fior di labbra, offrendo nelle mani del Padre tutto il nuovo che nel bene e nel male potrà arrivarci, tutte le cose che vorremmo cambiare e che magari non si modificheranno.

Il disegno del Padre è imperscrutabile. Sia fatta o Signore la tua volontà.