RADICI CRISTIANE

di Massimo Craboledda

La notizia è apparsa sui giornali verso la fine dello scorso novembre: arrestata in Egitto una ventina di persone convertitesi dalla religione musulmana al cristianesimo, un’altra ottantina ricercata. Si riferiva, inoltre, che alcuni degli arrestati avevano subito torture per essere indotti a confessare i nomi di altri fratelli convertiti. Sotto l’accusa ufficiale di "falsificazione di documenti di identità", appare piuttosto evidente la volontà di colpire quella che per gli islamici è un’intollerabile apostasia. In Egitto, come in molti Paesi arabi, l’islam è religione di Stato. Vi è distinzione fra libertà di religione e libertà di culto: la costituzione egiziana proclama la libertà religiosa ma ogni pratica in contrasto con la legge coranica è severamente proibita. Non è ammessa la possibilità della conversione dall’islam. Per gli "apostati" c’è l’emarginazione, la perdita dell’eredità e della posizione sociale e, in alcuni Stati quali Sudan e Arabia Saudita, la pena di morte.

È doloroso e sconcertante che all’inizio del terzo millennio la libertà di religione, l’espressione forse più essenziale della libertà umana, sia ancora così pesantemente violata in molti Paesi, non solo islamici, ma anche ovunque l’ateismo è elemento costitutivo dello Stato. È doloroso che episodi simili, denunciati, vengano poi presto dimenticati dalla stampa, dai responsabili civili e, talora, anche dalle nostre comunità ecclesiali. Negli Atti degli Apostoli si legge che, quando Pietro era tenuto in carcere da Erode, una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui: questo è per noi l’esempio. Ma è, ancora, doloroso che in occidente, dove secoli di storia e di elaborazione culturale hanno prodotto un pensiero alto che ha permesso di superare fanatismo e integralismo, molti ritengano che la libertà religiosa debba essere garantita non da uno Stato genuinamente laico, ma da un pensiero laicista che la relega nel novero delle manifestazioni individuali ed intime della coscienza, senza rilevanza sociale, tentando di limitarne le espressioni esteriori.

Che cosa intendiamo per "genuina laicità" dello Stato? Essa non è un’ideologia antireligiosa, ma semplicemente il principio secondo cui la comunità politica non può imporre a nessuno e in nessun campo un particolare credo religioso o una determinata matrice culturale, né può identificare il proprio ordinamento giuridico con le prescrizioni di una religione. Per esemplificare, lo Stato non dovrà pretendere il certificato di battesimo dai propri dipendenti, né potrà imporre il matrimonio secondo un dato rito religioso. Questo principio di laicità è una diretta conseguenza della libertà che dev’essere garantita alle coscienze, ambito nel quale il potere politico non ha il diritto di entrare, e del rispetto che è dovuto all’atto di fede, il quale pure esige libertà, non potendo scaturire con sincerità da alcuna coercizione. E’, quindi, in nome della dignità della persona, in ultima analisi, che affermiamo che lo Stato moderno non può essere confessionale: non, quindi, cattolico o musulmano o ebraico, ma neppure laicista se si intende con ciò una filosofia di tipo materialista che rifiuta i valori trascendenti o li relega nell’intimo delle coscienze.

Ma se la sfera civile e politica è autonoma da quella religiosa, non lo è da quella morale. Occorre guardarsi dallo scambiare per precetti religiosi, sottratti, quindi, all’intervento dello Stato, quelle che sono, primariamente, esigenze della legge morale naturale che ogni individuo porta in sé. Se si chiede che l’aborto sia considerato un crimine, non è per compiacenza verso la Chiesa cattolica, ma perché la legge del "non uccidere" vale per qualunque uomo, di qualunque cultura. Se si critica la fecondazione "in vitro", non è perché lo dice il Papa, ma perché essa comporta l’uccisione di numerosi embrioni (che sono esseri viventi) ed è contraria alla legge naturale del concepimento. Che la facilità del divorzio, minando la stabilità della famiglia, mini anche quella della società, non è un’invenzione della Chiesa: è nell’evidenza dei fatti ed uno Stato autenticamente laico dovrebbe tenerne conto. Se oggi i cattolici rimangono, spesso, soli a difendere valori della legge naturale, questo non significa che tali valori non dovrebbero essere patrimonio dell’intera società e rientrare nei compiti istituzionali di protezione da parte dello Stato.

La laicità autentica rispetta le verità che scaturiscono dalla conoscenza naturale sull’uomo, anche se tali verità sono, nello stesso tempo, insegnate da una religione specifica, poiché la verità è una sola. Fatta salva questa cultura, "compito proprio e inalienabile dello Stato è assicurare ai singoli e ai gruppi la libertà di esistere nella identità culturale prescelta, di proporre ad altri le proprie convinzioni ed educare secondo i propri principi, di fare esperienza di vita associata in coerenza alla propria matrice ideale e alle proprie tradizioni, sempre nell’ambito del bene comune e nel rispetto delle libertà altrui" (da una conversazione del Card. Biffi). Di questi tempi non sembra sbagliato sottolineare che lo Stato deve tutelare non solo le minoranze ma anche la maggioranza.

Il laicismo è la degenerazione della laicità. Lo Stato, pur non privilegiando alcuna confessione religiosa, dovrebbe avere un orientamento positivo verso le religioni: non di indifferenza, né di ostilità, né di semplice tolleranza previo il loro confinamento nel privato, ma piuttosto di attenzione e collaborazione nella misura in cui esse rispondono a legittime, fondamentali esigenze di gran parte dei cittadini, svolgono una funzione sociale e culturale di rilievo, concorrono al bene comune e non sono in contrasto con i principi della Carta Costituzionale. Il laicismo è faziosità. Lo Stato laico non impone che venga rimosso il Crocifisso da un’aula scolastica, "essendo ben chiaro che esso non rappresenta lo Stato né, come sarebbe in un luogo di culto, la Chiesa cattolica" (sono autorevoli parole dell’ex presidente della Corte Costituzionale Francesco Paolo Casavola). La sua rimozione sarebbe un atto ostile verso la comunità cristiana e, come tale, contrario alla forma di laicità che è stata delineata. Lo Stato non è meno laico se, non obbligando nessuno a credere alla morte e risurrezione di Cristo, vede nel Crocifisso il segno dell’ingiustizia e del dolore in cui versa l’umanità insieme alla speranza di redenzione universale.