di Massimo
Craboledda
Tra le priorità cui la
parrocchia deve oggi fare fronte spicca l’urgenza del primo annuncio del
Vangelo di Gesù. Scrivono i Vescovi italiani in Il
volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia: “Non si può
dare per scontato che si sappia chi è Gesù Cristo, che si conosca il Vangelo,
che si abbia una qualche esperienza di Chiesa. Vale per fanciulli,
ragazzi, giovani e adulti; vale per la nostra gente e, ovviamente, per tanti
immigrati, provenienti da altre culture e religioni. C’è bisogno di un
rinnovato primo annuncio della fede. E’ compito della Chiesa in quanto
tale e ricade su ogni cristiano, discepolo e quindi testimone di Cristo; tocca
in modo particolare le parrocchie”.
Non c’è dubbio che il cuore dell’annuncio è la
risurrezione di Cristo: fatto inaudito, unico nella storia, dinanzi al quale
non si può non prendere posizione. Se
Cristo non è risorto è vana la nostra fede, scrive S. Paolo ai cristiani di
Corinto e noi siamo da compiangere più di tutti gli uomini (1Cor 15,14 ss).
Ripensavo a questo, leggendo, poco tempo fa,
l’intervista nella quale un noto uomo politico dichiarava di riconoscersi
nei valori del cristianesimo ma di non credere alla risurrezione di Gesù:
posizione diffusa in un’epoca in cui la ragione è troppo spesso
sostituita dal razionalismo.
Dire che Gesù è risorto significa
credere che, dopo essere morto sulla croce, Egli è, oggi, realmente,
corporalmente vivo. Non siamo in presenza di un mito,
non parliamo di morte e di vita sotto i veli del simbolo. Siamo davanti ad un
uomo storicamente nato, vissuto, crocifisso
dall’autorità romana, veramente morto, veramente risorto. Chi nega la
risurrezione ritiene di parlare a nome della ragione e
della scienza. Ma la scienza non può essere la sola chiave interpretativa della
realtà né, tanto meno, l’unica via alla verità dal
momento che, con ogni evidenza, non è in grado di rispondere a tutti gli
interrogativi dell’uomo.
Le resistenze alla risurrezione di Gesù sono cominciate
immediatamente dopo la sua morte con il silenzio dei soldati a guardia del
sepolcro comperato dalla malafede dei sommi sacerdoti (Mt 28,11ss). Lungo tutta
la storia c’è stato un accanimento senza pari
per sgretolare la veridicità dei fatti. Un atteggiamento di umiltà
può, invece, predisporre al tocco della Grazia: è certo, infatti, che nessuno
può dire: “Gesù è Signore” o, ciò che è lo stesso, che Egli è
risorto dai morti, se non per dono dello Spirito Santo (1Cor 12,3). Ma lo Spirito Santo non richiede il sonno della ragione. Noi
fondiamo la nostra fede sulla testimonianza degli Apostoli. Il loro
comportamento non è né comprensibile, né spiegabile se neghiamo
l’avvenimento che ha sconvolto la loro vita, appunto l’avere visto
Gesù vivo dopo averlo pianto morto. Si chiede S. Giovanni Crisostomo: come mai,
quando Gesù era vivo, non avevano saputo resistere a pochi Giudei ed ora, lui
morto, sfidano il mondo?
È stato, inoltre,
giustamente osservato che, se gli Apostoli avessero voluto mentire, avrebbero
potuto farlo meglio. Hanno proposto un avvenimento che pare fatto su misura per
risultare inaccettabile a Ebrei, Romani e Greci, vale
a dire a tutti i loro potenziali proseliti. Per gli Ebrei è “maledetto
chi pende dal legno” (Dt 21,23): chi muore in
croce non può avere Dio dalla propria parte. Per i Romani, permeati dal senso
della legge, un condannato a morte da una legittima autorità romana è una
figura impresentabile, segnata da un marchio indelebile; per la cultura greca è
pura stoltezza credere ad un Dio crocifisso. Come,
dunque, pensavano di essere creduti gli Apostoli se
non fidando nella forza della verità e nella potenza dello Spirito?
Tocca a
chi nega la risurrezione di Gesù l’onere di spiegare moralmente e
psicologicamente il comportamento loro e di quanti hanno dato con gioia la vita
per testimoniarla. Ma il motivo del rifiuto non sta tanto nel disconoscere la
serietà delle tracce quanto nella non disponibilità ad accettarne le
conseguenze. Perché se credo che qualcuno ha vinto la morte, non posso dire:
non mi interessa. E’ un fatto che riguarda anche
la mia vita e mi costringe a rivedere orizzonti e scelte. Chi ha vinto la morte
è il Signore di tutto e di tutti, è il Signore della vita: diventa decisivo,
allora, essere in comunione con Lui, perché l’esistenza non sia solo un
sopravvivere.
La morte e la risurrezione
di Gesù sono stati avvenimenti voluti dal disegno di
Dio. Gesù va risolutamente verso Gerusalemme ben sapendo che cosa deve accadere.
Egli non è morto perché non ha saputo dominare la situazione; non siamo
semplicemente di fronte alla morte di uno dei tanti
innocenti sacrificati dalla storia. Quei fatti sono avvenuti, secondo
l’arcano disegno del Padre, in remissione dei nostri peccati, la radice di ogni male, perché avessimo la salvezza: siamo stati
misteriosamente giustificati, cioè resi giusti, nel sangue di Cristo.
Questo
è l’annuncio che deve risuonare primariamente nelle nostre parrocchie.
Scriveva il Card. Biffi in Io credo: “La certezza
che Gesù è vivo non può mai essere confinata tra le cose “risapute”
e “scontate” delle quali non si parla più, ma deve restare
quotidianamente presente in modo esplicito”. Tutto nella Chiesa ci è consegnato per tenere viva tale certezza, per una più
serena solidità della nostra fede. Chi si accosta alla parrocchia dovrebbe
poter cogliere questo convincimento; a quanti se ne sentono parte e desiderano
condividere la responsabilità dell’annuncio non si chiede di esibire
qualche abilità, ma di testimoniare una grande speranza, una speranza
che è per tutti e non delude.