Il Magistero del Vescovo

AI FIDANZATI

di Serena Polombito

"Si stanno preparando la casa, dovrebbe essere pronta in primavera."

"Allora si sposano!?"

"No, andranno a convivere" pausa accompagnata da un lungo sospiro "Oggi, usa così!"

Parole captate al volo, un giorno, per strada.

Si avverte sempre molta tristezza nella voce di un genitore che racconta la scelta di un figlio che abbia deciso di convivere; anche quando non è animato da sentimenti religiosi, il genitore sente la precarietà della situazione e inevitabilmente ne ha timore; se poi è persona di fede allora questa scelta rappresenta una vera spina nel cuore, un insulto ai valori trasmessi, ma non recepiti, una colpa non propria, vissuta come tale.

Dopo il divorzio, credo che la convivenza dei fidanzati sia il problema più grave che mina le fondamenta della famiglia: entrambi figli dell’egoismo e della superficialità, nonché del disimpegno, creano spesso seri scompensi in chi li vive, come dimostrano i sempre più frequenti fatti di cronaca nera, eppure questa relazione, che a me pare evidentissima, è negata con forza da psicologi e sociologi. Tante volte mi è capitato di disquisire su questi argomenti, ma ogni volta sono stata contestata in nome della libertà, della tolleranza e di tante altre belle parole, che riempiono la bocca, ma schiacciano la verità e ogni volta ho dovuto constatare l’inadeguatezza delle mie parole a sostegno di tesi così impegnative. Anche per questo, mi sono parse invece particolarmente significative, chiare e precise le parole che Monsignor Caffarra, il nostro nuovo Arcivescovo, ha pronunciato a S. Luca, il 21 marzo u.s., durante l’omelia della S. Messa per i fidanzati.

Rifacendosi alla parabola del Figliol Prodigo, narrata nel Vangelo di quel giorno, Mons. Caffarra sottolinea come quel figlio ritrovando se stesso, ritrovi anche la sua dignità di figlio, non servo come pure nella disperazione aveva auspicato, ma figlio a pieno titolo: totalmente amato, totalmente perdonato, nato una seconda volta dall’amore del padre, alla dignità della sua persona ed alla verità di se stesso.

Anche per i fidanzati c’è stato il momento della scoperta della verità e della dignità della persona, il momento cioè nel quale ognuno, attraverso l’amore, ha scoperto l’insostituibilità dell’altro.

Come però si espone al degrado della sua persona il figlio, con le sue scelte inopportune, così anche la dignità dell’amore è esposta al degrado, insidiata, in modo particolare, da due grandi rischi.

"Il primo è quello di negare quel desiderio di definitività che è insito in ogni vero amore, trasformando e degradando poco a poco il vostro fidanzamento in libera convivenza, anziché elevarlo nella perfezione del matrimonio. Vi prego di prestarmi attenzione. La "libera convivenza" il vivere cioè come sposi nella stessa dimora senza decidere però di esserlo, dà origine ad un rapporto fra uomo e donna nel quale la contraddizione oggettiva fra il non-essere sposi ed il vivere come sposi rende ambiguo ogni gesto. L’esclusione del dono definitivo trasforma la relazione nella concessione fatta all’altro dell’uso di se stesso; l’uno però resta estraneo all’altro. Viene dilapidata la dignità del dono.

La seconda insidia è di negare la bontà e la bellezza della castità prematrimoniale. Un fidanzamento non casto rischia di separare il corpo del fidanzato/a dalla sua persona. È attraverso la castità infatti che la dimensione fisica ed erotica dell’amore fra i fidanzati viene integrata, non negata, nella capacità di compiere quel dono definitivo di sé che istituisce il matrimonio. Senza castità viene dilapidata la dignità del corpo" (Mons. Caffarra 21/3/04).

Questione centrata: termini esatti, inequivocabili. Non esiste possibilità di replica, se non dettata da maliziose e materialistiche ideologie. Noi non ci azzardiamo neanche più a parlare di castità prematrimoniale, timorosi della derisione che sì retrogradi pensieri possono suscitare nel nuovo millennio, ma che lo si voglia ammettere o no, quanti hanno calpestato la dignità del loro corpo con relazioni sbagliate, affrettate, inopportune, inaccettabili ...

E i conti con la coscienza? Rimandati, negati, perché dà troppo fastidio il senso di colpa, perché crea troppo disagio il disprezzo di sé, perché fa’ troppo male valutare la propria superficialità, perché è troppo triste, se verrà il momento, potersi donare solo a metà, perché già ci si è parzialmente donati a qualcun altro!

Senza speranza dunque?

Assolutamente no, perché: "... quando il figlio rientrando in sé ha sentito la voce della sua dignità di figlio, ha percepito lo splendere di questa dignità nel contrasto con la situazione in cui viveva, è iniziata la sua redenzione. Nell’incontro con Cristo la persona viene rinnovata poiché le viene restituita intatta la capacità di amare. Il figlio è stato reintegrato; ciascuno di noi, qualunque sia la condizione in cui si è messo, è chiamato da Cristo. È chiamato come persona nella verità della sua umanità, dunque anche della sua mascolinità e femminilità, del suo corpo: "se uno è in Cristo, è una creatura nuova". … di nuovo splenderà la bellezza dell’amore e la bellezza dell’essere umano, dell’uomo e della donna, come fidanzati, come coniugi. Perché in Cristo tutto è rinnovato" (Ibidem).