LA PARROCCHIA NEL MONDO CHE CAMBIA

 

di Massimo Craboledda

Alla fine di questo mese di maggio si svolgerà a Bari la settimana conclusiva del XXIV Congresso Eucaristico Nazionale, imperniata sul tema: “Senza la domenica non possiamo vivere”. La domenica, il giorno del Signore, non il week end.

Sono ben noti i tanti fattori che, da tempo, insidiano il nativo significato del giorno della Risurrezione. Il giusto riposo dal lavoro settimanale si trasforma, spesso, in una ricerca dell’evasione a tutti i costi, generatrice di nuovo stress: fra lo stordimento dell’iperattivismo e quello del divertimento “comunque”, si finisce in una morsa che schiaccia e divora. Occorre qualcosa per cui fermarsi e ritrovare il senso della propria vita. Il demone della produttività, poi, di un’economia che tende a dimenticare il ruolo fondante e sacro della persona, costituisce un’insidia non meno grave. Si dice: perché fermarsi tutti alla domenica? Non è più conveniente alternarsi nel giorno di riposo lungo l’intera settimana, garantendo, così, lo sfruttamento ininterrotto degli impianti e l’apertura continua degli esercizi commerciali e degli uffici? Non è, questo, nell’interesse di tutti?

A meno che non sia dettata, come per alcuni servizi, da superiori esigenze del bene comune, questa posizione è lontana dalla dottrina sociale cristiana perché non rispetta la verità dell’uomo, membro di una comunità, né dal punto di vista meramente umano, né da quello ecclesiale. Umanamente, è essenziale che la diversità dei turni non separi anche in domenica i membri della famiglia, privandoli di una comunione più intensa che è possibilità di vivere valori di amore, di crescita, di donazione. Il pericolo non è marginale: è la disgregazione della famiglia e, quindi, della società.

D’altro canto deve potersi esprimere, nella comune partecipazione alla liturgia eucaristica, l’unità della Chiesa quale Corpo di Cristo. Non per amore di segni esterni, ma perché un corpo smembrato e disarticolato non può vivere. Alla domenica la Chiesa manifesta, nel suo riunirsi, in modo sommo la propria realtà. “Quanti, infatti, hanno ricevuto la grazia del Battesimo, non sono stati salvati solo a titolo individuale, ma come membra del Corpo mistico, entrati a far parte del Popolo di Dio. E’ importante perciò che si radunino per esprimere pienamente l’identità stessa della Chiesa, la ekklesìa, l’assemblea convocata dal Signore risorto, il quale ha offerto la sua vita per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi (Gv 11,52)” (Giovanni Paolo II, Dies Domini, 31).

Quale ricchezza si perde se tanti, per l’assolutizzazione del lavoro e del profitto, sono impediti dal ritrovarsi insieme ai fratelli intorno all’altare! La vita di una comunità si alimenta proprio con la condivisione della Mensa della Parola e del Pane di vita. Tramite questi doni nascono e si accrescono l’impegno alla carità, la solidarietà, il senso del bene comune. Ma, soprattutto, è sull’altare che si realizza per noi il mistero della salvezza, è lì che recuperiamo la verità del nostro essere: il primato di Dio, il nostro totale dipendere, quali creature, da Lui, il dovere della lode e del ringraziamento, il senso del cammino, la luce per nuovi orizzonti. Ecco: senza la domenica non possiamo proprio vivere!

Non è, questo, uno slogan creato per il Congresso Eucaristico. Nell’anno 304 per testimoniare la loro fedeltà alla domenica, affrontarono il martirio 49 cristiani di Abitene, una località dell’attuale Tunisia: preferirono la morte piuttosto che rinunciare a celebrare il giorno del Signore, secondo l’ordine dell’imperatore Diocleziano. Uno di essi, Emerito, al proconsole che gli rimproverava di avere ospitato nella sua casa i cristiani per l’Eucaristia domenicale, non esitò a rispondere: “Senza la domenica non possiamo vivere!”

È molto insistente, nei documenti già spesso citati dei nostri Vescovi (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia e Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia) il richiamo a riscoprire la centralità della domenica. Ricordiamo qui un passo della Lettera del Consiglio Episcopale Permanente in preparazione al Congresso Eucaristico: “Non comprenderemmo l’importanza e il valore della domenica se non facessimo innanzitutto riferimento a Cristo e alla sua morte e risurrezione. La domenica, infatti, ci porta a quel primo giorno dopo il sabato, quando Cristo, risorto dai morti, è apparso ai suoi discepoli. Da quel primo mattino, ogni settimana il Risorto convoca i cristiani attorno alla sua mensa nel giorno in cui ha vinto la morte e ci ha resi partecipi della sua vita immortale.

Non è stata la Chiesa a scegliere questo giorno, ma il Risorto. Essa non può né manipolarlo né modificarlo; solo accoglierlo con gratitudine, facendo della domenica il segno della sua fedeltà al Signore”.

Pur se giusto e necessario, appare freddo e quasi riduttivo parlare di “obbligo” di partecipazione all’Eucaristia domenicale. Essa è, piuttosto, la fonte della gioia. Lo si capisce quanto più ci si sforza di comprenderla e di viverla attivamente. Il disertarla porta all’impoverimento della persona, all’indebolimento della fede e del senso di appartenenza alla Chiesa, a smarrire il significato e il motivo stesso della festa. La nostra forza è, invece, la gioia che viene dal Signore.

Ma per riconoscere e cogliere questa gioia la celebrazione eucaristica dev’essere preparata.

Di questo parleremo nel prossimo bollettino.