Il Magistero del Vescovo

LA DIOCESI

HA COSÌ COMMEMORATO

GIOVANNI PAOLO II

A cura di Maria Carla Papi 

_________________

Annuncio dell’Arcivescovo  Mons. Carlo Caffarra

 

Ai sacerdoti e ai fedeli dell’Arcidiocesi di Bologna.

Alle ore 21.37 di ieri, 2 aprile, il Santo Padre Giovanni Paolo II è morto.

La Chiesa perde uno dei suoi Pontefici più grandi e il mondo la sua guida spirituale. Il Signore ha chiamato il suo Servo fedele nell’ottava della sua Pasqua, nella domenica della Divina Misericordia.

Giovanni Paolo II è stato, nei 26 anni del suo Pontificato, il segno vivente della misericordia del Padre che in Cristo si fa vicino ad ogni uomo per redimerlo. Ha percorso ogni via dell’uomo per annunciargli il Vangelo di Cristo.

La luce della Risurrezione illumina la Chiesa in quest’ora di tristezza e spinge ogni fedele alla preghiera supplice per il riposo eterno del Santo Padre e perché venga sulla terra quella pace vera a cui Giovanni Paolo II ha consacrato il suo servizio pastorale.

Maria, Madre della Chiesa, a cui il Santo Padre si era totalmente affidato, ci protegga.

(N.d.R. Seguivano poi le disposizioni dell’Arcivescovo: La Chiesa di Bologna ha espresso momenti di preghiera comunitaria, in sintonia con la Chiesa universale.

Il 3 aprile, a mezzogiorno, tutte le campane delle Chiese dell’Arcidiocesi hanno suonato i rintocchi funebri.

I parroci e i Rettori delle Chiese hanno celebrato una Santa Messa di suffragio nel corso della settimana, in modo da favorire la più ampia partecipazione dei fedeli.)

 

Interventi dell’Arcivescovo Carlo Caffarra

PER LA MORTE DI GIOVANNI PAOLO II

 

In diversi momenti, la Chiesa di Bologna, per voce dell’Arcivescovo Caffarra, ha ricordato la  figura del Pontefice scomparso, cercando – e riuscendo – di toglierlo dalle mani di chi lustra una sfaccettatura della sua personalità, piuttosto che un’altra, per far risplendere se stessi o le proprie convinzioni, abilmente sfruttando, addirittura!, una spalla papale. Nelle diverse occasioni degli incontri (Messe di suffragio, incontro con gli studenti …) Mons. Caffarra ha colto sapientemente lo spirito di queltutto’ che costituisce il Magistero di Giovanni Paolo II e lo rende fecondo oltre la sua morte. Cerchiamo anche noi, riflettendo sulle parole del nostro Arcivescovo di non giocarci la veste – unica e indistruttibile - del Vicario di Cristo. (V. La risposta è nel vento)

 

§        Omelia nella Messa nella Cattedrale di San Pietro

 

«”Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia”. Nel momento in cui la Chiesa vive la sofferenza di essere stata privata del vicario del suo Sposo e Signore, il santo Padre Giovanni Paolo II, riceve l’invito a celebrare il Signore “perché è buono, perché eterna è la sua misericordia”. L’apostolo Pietro ci indica quale sia l’opera in cui la misericordia di Dio, anzi “la sua grande misericordia” si rivela: la rigenerazione della persona umana mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, in vista di una speranza viva.

Carissimi fratelli e sorelle, qui troviamo il “luogo spirituale” in cui collocare il ministero e la persona di Giovanni Paolo II: nell’opera della grande misericordia del Padre, nella rigenerazione dell’uomo mediante Cristo. Nel cuore del mistero redentivo, “divinae pietatis sacramentum”, come amavano chiamarlo i Padri.

Così Giovanni Paolo II – continua Caffarra, ricordando gli inizi del pontificato - concludeva la sua fondamentale enciclica sulla misericordia di Dio (Dives in misericordia) “La ragione del suo [= della Chiesa ] essere è … quella di rivelare Dio, cioè quel Padre che consente di essere “visto” da noi nel Cristo (cfr. Gv 14,9). Per quanto forte possa essere la resistenza della storia umana, per quanto marcata l’eterogeneità della civiltà contemporanea, per quanto grande la negazione di Dio nel mondo umano, tanto più grande deve essere la vicinanza a quel mistero che, nascosto da secoli in Dio è poi stato realmente partecipato nel tempo all’uomo mediante Gesù Cristo”». E accostando queste parole agli ultimi giorni, ricorda alcune parole dell’ultimo scritto di Giovanni Paolo II, il libro “Memoria e identità”: «E giunto alla fine, nelle ultime pagine del suo ultimo libro, “Non vi è male da cui Dio non possa trarre un bene più grande”. Egli si è posto nel cuore del dramma dell’amore di Dio, del Dio che vuole rigenerare l’uomo.

È per questo che il ministero e la persona di Giovanni Paolo II si è collocato nel cuore del dramma dell’uomo. La trama fondamentale di questo dramma… è perfettamente indicata sia dalle parole del salmo sia ancora dalle parole dell’apostolo: la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo: ecco l’opera del Signore, una meraviglia ai nostri occhi”. Il dramma dell’uomo è di rimanere o di uscire da un’opera di costruzione della sua persona,il cui architetto è Dio stesso ed il cui fondamento è Cristo. Su quale testata d’angolo l’uomo sta costruendo? Tutti ricordiamo il grido con cui Giovanni Paolo II iniziò il suo pontificato: “Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!”.

Anche l’Apostolo indirizza i nostri sguardi ed il nostro cuore verso lo stesso dramma dell’uomo: «perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere per un po’ di tempo afflitti da varie prove». È quello dell’uomo il dramma dell’afflizione da varie prove: l’afflizione delle guerre, dell’ingiustizia sociale, della dignità umana degradata, della discriminazione razziale e religiosa. Ma è un’afflizione che può racchiudere una promessa di salvezza: “siete ricolmi di gioia…”; oppure è un’afflizione priva di speranza.»

Un accento commosso, accentua la pena del momento, rivelando, con le parole dell’Arcivescovo, quello che è nel cuore di tutti: «Carissimi … fra poco recitando la preghiera eucaristica, noi non pronunceremo più il nome di Giovanni Paolo II come abbiamo fatto per ventisei anni. Oggi, in quel punto della Preghiera eucaristica ci sarà come una pausa di silenzio, come fosse una lacuna.

Giovanni Paolo II si è collocato nel cuore del dramma divino della rigenerazione dell’uomo e quindi nel cuore del dramma umano della liberazione della persona. Ma ciò che accadrà fra poco è la migliore espressione del fatto che Giovanni Paolo II si colloca nel cuore della Chiesa, dentro all’Eucaristia. poteva essere diversamente. Egli nell’omelia del 25.mo del suo pontificato rivelò che ogni mattina si sentiva rivolta la domanda di Cristo: «mi ami tu?», e che in questo dialogo fra lui e Cristo ritrovava ogni giorno la forza di continuare il suo servizio.

Questa è la verità più profonda e più completa su Giovanni Paolo II, ben più completa di quando lo pensiamo in termini di politica internazionale: rispondendo alla domanda di Cristo si è trovato collocato per sempre nel mistero eucaristico, punto di incontro del dramma di Dio e del dramma dell’uomo. Si è trovato nel cuore della Chiesa.

… Tommaso ha messo la sua mano nel costato di Cristo: ha messo la sua mano nel fuoco. Nella sua Enciclica programmatica(Redemptor hominis) Giovanni Paolo II aveva scritto: “L’uomo che vuole comprendere se stesso fino in fondo … deve, con la sua inquietudine e incertezza e anche colla sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo”

Le ultime parole del suo ultimo scritto dicono: “Nell’amore che ha la sua sorgente nel cuore di Cristo sta la speranza per il futuro del mondo. Cristo è il redentore del mondo: per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Memoria e identità, Rizzoli, Milano 2005), Entriamo nel costato di Cristo – esorta Caffarra - ed usciamone colla mano sporca del suo sangue per non dimenticare mai a quale prezzo la nostra dignità è stata salvata.

 

§        Omelia nella solenne Messa esequiale per Giovanni Paolo II

«”Esorto gli anziani che sono tra voi .. testimone delle sofferenze di Cristo”. Carissimi fratelli e sorelle, l’apostolo Pietro legittima il suo dovere di esortare i responsabili delle comunità cristiane col fatto che egli è stato testimone delle sofferenze di Cristo: ha visto la passione di Cristo per la redenzione dell’uomo. È a causa di questo che egli sente l’urgenza di “pascere il gregge di Dio”; di prendersi cura dell’uomo, la cui liberazione è costata non un prezzo di cose corruttibili, ma il sangue prezioso di Cristo [ 1Pt 1,18-19].

  stiamo celebrando i divini misteri a suffragio del S. Padre Giovanni Paolo II. La parola di Pietro ci introduce nel mistero e nel ministero del suo successore di cui la Chiesa piange la morte. Egli è stato il testimone delle sofferenze di Cristo per l’uomo, ed in questo soffrire ha visto la preziosità di ogni persona umana; ha compreso quanta cura bisogna prendersi dell’uomo, perché non sia resa vana la Croce di Cristo. La Croce di Cristo è vanificata, il suo immane soffrire è reso inutile ogni volta che la dignità dell’uomo è deturpata e degradata. È stato questo il carisma proprio ed irripetibile di Giovanni Paolo II e del suo pontificato: il carisma di un papa affascinato di Cristo in ragione dell’uomo ed affascinato dell’uomo in ragione di Cristo. »

Caffarra sottolinea bene come tutto il carisma di Giovanni Paolo II derivi dall’Amore per Cristo, un Amore vero, autentico e forte, più forte delle sue stesse sofferenze. Ciò che noi tutti abbiamo avvertito, e ancora avvertiamo risentendo le sue parole o leggendo i suoi scritti, vengono da un fascino che arriva da lontano, un fascino che Giovanni Paolo II ha reso percettibile, perché ha ‘spalancato’ il suo cuore a Cristo. È in virtù di questo grande amore per Cristo, che questo Papa, attirava tutti a sé.

«Testimone delle sofferenze di Cristo – pascete il gregge di Dio: ha detto Pietro. – ricorda Caffarra - Il suo successore lo ripete nella sua Enciclica programmatica colle seguenti parole: “La Chiesa non può abbandonare l’uomo, la cui “sorte”, cioè la scelta, la chiamata, la nascita e la morte, la salvezza e la perdizione, sono in modo così stretto e indissolubile unite a Cristo. E si tratta proprio di ogni uomo su questo pianeta… Ogni uomo, in tutta la sua irripetibile realtà dell’essere e dell’agire, dell’intelletto e della volontà, della coscienza e del cuore” [RH].

Giovanni Paolo II aveva subito commosso il mondo intero quando nella stessa Enciclica programmatica aveva scritto: “L’uomo, nella piena verità della sua esistenza, del suo essere personale ed insieme comunitario e sociale … quest’uomo è la prima strada che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione: egli è la prima e fondamentale via della Chiesa” [ibid.]. La Chiesa cioè non può servire nessun altro se non colui per il quale Dio si è fatto uomo, è morto sulla Croce ed è risuscitato, si dona in cibo nell’Eucaristia.

E Giovanni Paolo II percorse anche fisicamente tutte le strade dell’uomo, consapevole come era che non esistevano “estranei” coi quali eventualmente negoziare trattati di coesistenza colla Chiesa. Ogni uomo è vicino, perché la sorte di ogni uomo è legata in modo indissolubile alla morte ed alla risurrezione di Cristo. Nel suo ministero ha privato di senso la distinzione che spesso diveniva divisione, fra “vicino” e “lontano”.

“Pascete il gregge di Dio, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio”. Giovanni Paolo II ha sorvegliato sull’uomo secondo Dio: fu l’insonne sorvegliante della sorte dell’uomo e della sua dignità guardato «dall’alto della Croce» e «dal basso dell’esperienza» che l’uomo fa di se stesso [cfr. il discorso a Czestochowa il 15 agosto 1991].

Che cosa ha notato la vigile sentinella? A che cosa ha gridato l’insonne sorvegliante dell’uomo? Da che cosa è insidiata la sorte dell’uomo? – chiede Caffarra, ma la risposta è già stata scritta -La risposta - dice -  la troviamo nelle grandi Encicliche sull’uomo: Centesimus Annus [1991], Veritatis splendor [1993], Evagelium Vitae [1995], Fides et ratio [1998].

…la sorte dell’uomo in Occidente è insidiata dall’avere sradicato la libertà dalla verità, poiché la liberazione della libertà dalla verità sull’uomo comporta la distruzione dell’uomo. … È possibile parlare sensatamente di “diritti umani” se non sappiamo chi è l’uomo? Come immunizzarci dalle prevaricazioni contro l’uomo se la definizione stessa di uomo è in questione?

Esiste un perfetta corrispondenza fra le tre grandi encicliche trinitarie e le quattro grandi encicliche antropologiche e contengono l’appello del “sorvegliante”: non vanificare la Croce di Cristo, … non per caso che il pontificato si chiuse coll’Enciclica sull’Eucaristia.»

Ancora una volta, infine, Caffarra ricorda quel piccolo grande segreto mattutino che Giovanni Paolo II  rivelò per il 25.mo del suo pontificato e che lo spiega tutto.

 

«”Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro? Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”.

Carissimi …  nell’omelia, Giovanni Paolo II ci rivelò il segreto più intimo del suo ministero dicendo: “Ogni giorno si svolge all’interno del mio cuore lo stesso dialogo tra Gesù e Pietro. Nello spirito, fisso lo sguardo benevolo di Cristo Risorto. Egli, pur consapevole della mia umana fragilità, mi incoraggia a rispondere con fiducia come Pietro: Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo. E poi mi invita ad assumere le responsabilità che Lui stesso mi ha affidato”.  Atto d’amoreconclude Caffarra - atto di donazione di sé fino alla fine, depositato ora nel cuore della Chiesa ed affidato ad ogni uomo pensoso della sorte dell’uomo: che non ci avvenga di dilapidare questo dono.

 

 

 

 

 

 

 

Giovanni Paolo II: un testimone per i giovani

 

§                  L’Arcivescovo, Mons. Caffarra, ricorda ai giovani la figura di Giovanni Paolo II

«GIOVANI, SIETE LA RISERVA DI SPERANZA PER TUTTA L’UMANITÀ»

 

Al termine dell’omelia per le esequie e, successivamente, in un incontro con gli studenti al Paladozza, Mons. Caffarra mette in risalto la figura di Giovanni Paolo II, rammentando ai giovani i suoi insegnamenti, esortandoli a pensare con la propria testa – mentre rimeditano le parole che in 26 anni ha loro rivolto – sgombrando il campo (il cervello) dalle influenze delle tante chiacchiere e commenti. Direi che, implicitamente, Caffarra ha esortato a rientrare in quel silenzio interiore, là dove solo può risuonare la voce di Dio.

 

«Carissimi giovani, non posso non rivolgermi a voi in modo particolare: voi siete stati cura privilegiata del suo ministero pastorale, per voi sono state le ultime parole di Giovanni Paolo II.

All’inizio del nuovo millennio siete andati a migliaia da lui a Roma per essere da lui guidati.È a voi che ora è affidato il futuro della sorte dell’uomo: su quali fondamenta costruire la sua dimora? Lo so quale è la risposta che date nel vostro cuore. Non traditela mai; non tradite mai la fiducia che in voi Giovanni Paolo II ha riposto. Voi siete la nostra speranza, la speranza della “venerabile città di Bologna”, come la chiamò il S. Padre. La verità vi farà liberi, capaci di costruire la civiltà dell’amore.»

Il breve intervento finale alla S. Messa è stato un po’ la premessa per l’incontro con gli studenti presso il Paladozza. Inizia ricordando che la vita

«è generata dall’incontro con gli altri.» sia per quanto riguarda il concepimento, che altri incontri. M, avverte, come nell’incontro fra un uomo e una donna, non sempre c’è la fecondità di una vita, così avviene con gli altri incontri.

E sottolinea, confidandosi: «L’incontro con Giovanni Paolo II – un incontro durato per anni – è stato uno dei momenti decisivi della mia vita. Vorrei … aiutarvi in un certo senso a vivere la stessa esperienza: incontrare Giovanni Paolo II. Certo lo faremo nell’unico modo che qui ci è consentito: attraverso i suoi pensieri; attraverso le sue parole: soprattutto quelle dette a voi giovani.

Vi devo però chiedere subito due cose assolutamente necessarie perché sia possibile l’incontro di cui parlavo. La prima è di dimenticare tutte le chiacchiere… si sono fatte nei vari talk shows televisivi…. non perché noi siamo più bravi o intelligenti, ma perché è un’altra cosa quello che ora cercheremo di vivere. La seconda cosa che vi chiedo è una grande attenzione interiore, e non solo esteriore.

Inizio da una parola detta a voi giovani il 31-05-1985: “la vostra giovinezza non è solo proprietà vostra …è un bene dell’umanità stessa” (Giovanni Paolo II, Carissimi giovani, A. Mondadori ).

… fermiamoci un momento a riflettere, perché qui si dice qualcosa di molto grande. Spiega che l’umanità possiede tanti beni: economici e naturali [l’acqua, il clima, la terra…]; o artistici, tutti patrimonio dell’umanità. Ma fra i beni che costituiscono questo patrimonio – avverte - «c’è il bene della vostra giovinezza» come disse appunto Giovanni Paolo II: «la vostra giovinezza non è solo proprietà vostra … è un bene dell’umanità».

«… “perché l’acqua, il clima … sono un bene dell’umanità?”- continua - non ci è difficile rispondere. Senz’acqua non si può vivere; se inquiniamo l’aria, ci autodistruggiamo. Il valore di questi due beni è misurato dalla necessità che di essi ha l’organismo vivente.

… se ciascuno di voi si chiede: “perché la mia giovinezza non è solo proprietà mia, è un bene della umanità stessa? cosa rispondiamo? Ascoltiamo come risponde Giovanni Paolo II: “in voi c’è la speranza perché voi appartenete al futuro, e il futuro appartiene a voi. La speranza, infatti, è sempre legata al futuro: è l’attesa dei ‘beni futuri’”. La preziosità propria di quel bene non solo vostro ma dell’umanità stessa, che è la vostra giovinezza, consiste nel fatto che voi siete coloro che hanno la speranza: siete la riserva di speranza per tutta l’umanità. Un’umanità senz’acqua non può vivere; in un clima inquinato le persone muoiono: e senza questa riserva di speranza – senza il bene che è la vostra giovinezza – l’umanità può vivere?

È Giovanni Paolo II stesso che ve lo spiega nel modo seguente: “Quando diciamo che da voi dipende il futuro, pensiamo in categorie etiche, secondo le esigenze della responsabilità morale, che ci impone di ricercare nell’uomo come persona – e nelle comunità e società che sono composte da persone – l’origine fondamentale degli atti, dei propositi, delle iniziative e delle intenzioni umane”(ib).»

E ricorda che a Toronto il Papa ribadì ancor più ai giovani questo concetto, esprimendosi in un modo ancor più suggestivo: «”il nuovo millennio si è inaugurato con due scenari contrastanti: quello della moltitudine dei pellegrini venuti a Roma per varcare la Porta Santa che è Cristo, Salvatore e Redentore dell’uomo; e quello del terribile attentato di New York, icona di un mondo nel quale sembra prevalere la dialettica dell’inimicizia e dell’odio. La domanda che si impone è drammatica: su quali fondamenta bisogna costruire la nuova epoca storica che emerge dalle trasformazioni del XX secolo? A voi Dio affida il compito, difficile ma esaltante, di collaborare con Lui, nell’edificazione della civiltà dell’amore” [L’Osservatore Romano 29-30 luglio 2002].

La misura della speranza che è nel vostro cuore – avverte Caffarra - dice quale consistenza reale abbia la vostra giovinezza: quanto sia fragile o quanto sia robusta. E speranza, vi dice Giovanni Paolo II, è «attesa dei beni futuri»: quanto è grande questa attesa? … Oppure non attendete nulla di diverso da quanto già accaduto? È tutta l’umanità che attende da voi la risposta a queste domande…

L’incontro con Giovanni Paolo II genera in voi dunque la consapevolezza della grandezza incomparabile della vostra persona; della grandezza drammatica della vostra libertà; dell’inestimabile preziosità della vostra giovinezza.

… Consentitemi di parlarvi colla massima sincerità. È in atto una vera e propria congiura contro la vostra libertà perché molti vi stanno mentendo dicendovi che la vostra libertà è solo spontaneità: forza che vi spinge a cercare ciò che è utile e/o piacevole senza fare a voi stessi e agli altri troppo danno. La cultura in cui viviamo esaspera i vostri desideri sradicandoli dal cuore della vostra persona, li separa dalla realtà più profonda della vostra persona e così vi fa sognare dicendovi di farvi sperare. E il sogno finisce quando ci si sveglia!

… Voi affidate il progetto, il futuro della vostra vita – che deve formarsi appunto nella vostra età – ad una libertà che sia solo questo?  Incalza il Vescovo - Provate in questo momento ad ascoltare queste parole dette a voi giovani da Giovanni Paolo II: “La storia… viene scritta non solo dagli avvenimenti che si svolgono in un certo qual senso “all’esterno”: è la storia delle coscienze umane, delle vittorie e delle sconfitte morali. Qui trova il suo fondamento anche l’essenziale grandezza dell’uomo: la sua dignità autenticamente umana… il tesoro della coscienza, il discernimento fra il bene e il male, l’uomo lo porta attraverso la frontiera della morte, affinché, al cospetto di Colui che è la santità stessa, trovi l’ultima e definitiva verità su tutta la sua vita” [pag. 179-180].

… Una voltaconfida ancora Mons. Caffarra - parlavamo col S. Padre del crollo del muro di Berlino. Egli ci disse che in fondo è stata la forza della verità a farlo crollare. È subordinandosi alla verità sul bene della persona che voi potete realizzarvi, che voi potrete realizzare un mondo migliore, non subordinando la verità a voi stessi. La forza intima profonda che era nella persona di Giovanni Paolo II trovava la sua sorgente in questa subordinazione.»

Termina poi l’incontro con due citazioni inaspettate, una tratta dal dramma teatrale La Bottega dell’orefice scritto da Karol Wojtyla prima di essere Papa, l’altra tratto sempre da un suo dramma Fratello del nostro Dio.

Nel primo, verso la fine, un personaggio, Adamo, dice:

«l’uomo ha a disposizione un’esistenza ed un amore – come farne un insieme che abbia senso? Eppoi questo insieme non può mai essere chiuso in se stesso. Deve essere aperto perché da un lato deve influire sugli altri esseri, dall’altra riflettere sempre l’Essere e l’Amore assoluto. Deve rifletterli almeno in qualche modo. È questo anche il senso ultimo delle vostre esistenze» [K. Wojtyla, Tutte le opere letterarie, Bompian]

Spiega il Vescovo: «Ecco il senso ultimo della vostra vita che state progettando nella speranza: fare della vostra esistenza un’esistenza amante e vivere un amore reale, tale che rifletta l’Amore Assoluto, «perché creare qualcosa che rispecchi l’Essere e l’Amore assoluto è forse la cosa più straordinaria che esista. Ma si campa senza rendersene conto» [ibid. pag.869]..

È possibile evitare questo rischio? Chiede l’Arcivescovo alla giovane platea. E lui stesso come risposta propone il brano del secondo dramma di K. Wojtyla Fratello del nostro Dio, dove  il protagonista, Alberto, instaura un dialogo intenso con i suoi amici, miserabili che egli ha raccolto:

«ALBERTO – In ognuno di voi ho conosciuto la miseria e Lui. A lungo sono stati separati. Con tutte le forze ho cercato di avvicinarli. Perché prima tu eri un uomo misero e sulla tua miseria regnava la desolazione. Da quando ti sei avvicinato a Lui, la tua caduta si è trasformata in croce e la tua schiavitù in libertà».

SEBASTIANO – La schiavitù in libertà … la caduta in croce …

Oh, sì, Alberto, oh, sì!…

ALBERTO – Il Figlio di Dio è tutta la libertà. Senza traccia di schiavitù.

ANTONIO – Ma che cosa importa? Che cosa importa che Egli sia tutta la libertà? Egli è stato una volta.

ALBERTO – Egli è sempre.

ANTONIO – Sì. Ci credo. Ci hai comandato di credere in Lui, di pregarLo, di imitarLo. Bene. Ci hai detto: siate poveri, perché Egli non aveva dove posare il capo. Bene. Ti abbiamo ubbidito volentieri, perché tu stesso hai fatto così. Non c’è stata menzogna in te. Eppure…

ALBERTO – Egli è sempre. Egli raggiunge continuamente le anime. E riproduce in esse… Se stesso!»

Mons. Caffarra, poi, si congeda dai giovani con un ultimo appello: «Vi lascio con queste parole e con questa consegna: la schiavitù in libertà… Il Figlio di Dio è tutta libertà. Senza traccia di schiavitù.

Anche la schiavitù del Parckinson è stata trasformata da Giovanni Paolo II in libertà. Non campate neanche un giorno senza rendervi conto che in voi, in ciascuno di voi, si può riflettere l’Amore Assoluto, la Libertà piena, lo splendore della Verità…. Voi avete ricevuto una grande grazia: la vicinanza di un Papa che vi ha fatto sentire la vicinanza di Cristo