EDUCARE:
RISCHIO, DOVERE, DIRITTO
A
cura di Giovanna Corazza
Educare: questa
parola richiama certamente la responsabilità di ogni
adulto, di ciascuno di noi, ad ogni età, perché attraverso
leducazione si costruisce la persona e quindi la società. E
questo vale a maggior ragione per i giovani. Proporre,
accompagnare, dare ragioni, introdurre alla critica, per aiutare
ed aiutarci a non essere vittime del vento dominante,
dellopinione pubblica generale .
Don Giussani
nel libro Il Rischio Educativo dice: «Non sono
qui perché voi riteniate come vostre le idee che vi do io, ma
per insegnarvi un metodo vero per giudicare le cose che io vi
dirò. E le cose che io vi dirò sono unesperienza che è
lesito di un lungo passato: 2000 anni. Lo scopo è mostrare
la pertinenza della fede alle esigenze della vita.»
Si tratta di
aiutarci a guardare la realtà e a ricercarne il significato vero,
e quindi, ad introdurci alla ragionevolezza della fede, al fatto
che Cristo cè oggi e centra con tutta la mia
giornata: con le gioie, i dolori, le fatiche e che tutto
questo può essere vissuto in un altro modo.
Per meglio
tradurre quanto desidero comunicare, propongo questa lettera-testimonianza
tratta dal libro Caro don Giussani -
Dieci anni di lettere al un padre a cura di Davide Perillo.
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«Mi
presento: sono uninfermiera del Policlinico. E da
qualche mese che nel mio reparto viene a curarsi una ragazza
affetta da tumore. Una fra le tante, come ne ho viste passare
tante in questi anni. Persone straziate dal dolore, con nessuna
speranza, disilluse, accanite solo contro la malattia. Ma lei è
diversa. Non arriva qui con lo sguardo rassegnato, è sempre
serena, disponibile, attende con pazienza, sopporta ogni dolore,
prelievi del sangue, del midollo, biopsie. È come se non subisse
la difficoltà ma volesse viverla da protagonista avendo il
coraggio di paragonarsi con la domanda che la sofferenza le pone.
Una
volta, mentre le iniettavo la chemioterapia, ho guardato il suo
bel viso. Gli occhi azzurri erano pieni di pianto e le labbra
mormoravano qualcosa: era una preghiera. Mensilmente mi porta la
vostra rivista e per Pasqua mi ha regalato un volantone,
invitandomi anche agli Esercizi. Sono stupita da tutto questo e
affascinata. Ultimamente non vedo lora che arrivi il
lunedì per poterla vedere, per poterle parlare, ma più di tutto
per poterla osservare, mentre rende sacro quello che per gli
altri moralmente è una condanna. La sua è una maniera più vera,
più dignitosa di stare.
Quando
le chiedo come fa ad essere così serena nonostante le cure
terribili e spesso non sufficienti per fermare il male, mi
risponde che lei è di Cristo e che quindi la sofferenza ha un
senso se offerta a Lui. Io non capisco, posso solo intuire e
invidiare questa forza. Non sono cristiana praticante, ma da
quando ho conosciuto lei è come se mi fosse diventato palpabile
che qualcosa deve esserci: è evidente nella sua persona, nella sua
maniera di stare.
Se
Cristo ha mai avuto degli occhi per me, sono quelli di questa
ragazza, che ama più di come faccio io, che suscita in me un
senso di bene, di gioia solo nel vederla. È la prima volta per
me che nasce unamicizia con una paziente. Ci hanno sempre
insegnato a rimanere distaccati, per non dover soffrire, ma con
lei non è sofferenza, è letizia. Vedo in lei e capisco che
anche una malattia come un tumore è sì un mistero, ma dentro un
progetto buono, come dice lei. La sua obbedienza, il suo
lasciarsi abbracciare fino in fondo non sono segno di
rassegnazione, ma di chi ha capito come lei stessa mi ha
detto una volta- che nulla accade per caso, ma per la
gloria di Dio. Nulla è povero, nessuna condizione è
condanna allaridità, nessun tempo è privo di speranza. È
diverso anche il modo in cui tratta noi infermieri, i medici, gli
altri pazienti. Ha sempre un sorriso. Arriva la mattina
prestissimo, per poter correre dopo le cure a studiare. Frequenta
lUniversità dove i suoi amici, dice lei, la provocano a
non soffermare lo sguardo sulla sua condizione di smarrimento, ma
a riaprire gli occhi guardando allincontro con Cristo. Non
viene meno il suo dovere di studiare, questa è una cosa che mi
ha fatto molto riflettere. Il cristianesimo non ti solleva quindi
dalle incombenze della vita, ma ti dà il giusto motivo per
affrontarle. La gente qui normalmente non conduce più una vita
normale, nonostante potrebbe farlo, si sente malata
non cerca stimoli. Lei no, la malattia non lha annientata,
continua a fare quello che deve, come può, non è per lei limite,
è motivo in più per gustare la realtà. È commovente vederla
arrivare con i libri sottomano, è lunica qui ad avere un
aggancio con la realtà, non vuole dimenticare il dolore,
lo vive. Il miracolo rende eccezionale la quotidianità. La
presenza di questa ragazza mi cambia, mi fa desiderare di più
dalla mia vita. Una gioia inimmaginabile prima ma sperimentabile
ora.»
Anna,
Milano