Fine di un’Emergenza Umanitaria

- effetti collaterali -

di Francesca Citassi

 

Tony Vaux(1) scrive nell’introduzione al suo libro che appena arrivato in India per Oxfam(2) per raggiungere il suo ufficio dovette scavalcare vari corpi di ammlati giacenti sul pavimento, e alcuni di questi erano già morti. Quando lasciò il paese, cinque anni dopo, compiuto il suo lavoro di Capo Missione, fece il percorso inverso dal suo ufficio verso l’esterno dell’edificio e, ugualmente, dovette scavalcare corpi di ammalati.

 

L’emergenza post-terremoto in Pakistan è stata ufficialmente chiusa dal governo il 31 marzo. Già nel mese di gennaio da un giorno all’altro sono spariti interi campi rifugiati spontanei: i camion arrivavano la mattina, caricavano le persone più o meno consenzienti e le scaricavano altrove.

I campi rifugiati sono, notoriamente, spine nel fianco di ogni governo: i rifugiati sono persone senza lavoro e disperate, difficilmente controllabili, i campi divengono spesso ricettacoli di criminalità e alcune volte basi per organizzazioni terroristiche. È quindi politica generale quella di chiudere i campi al più presto oppure ammucchiare tutti gli sfollati in pochi, enormi rigurgitanti campi che alle volte perdurano per anni senza soluzione per gli emergenziati cronici che sono, però, controllati a vista.

Sui libri che si studiano per diventare Manager delle Emergenze Umanitarie scrivono che queste devono durare 6 mesi al massimo, poi deve cominciare la ricostruzione e la cooperazione allo sviluppo. In Kashmir erano ben poche le famiglie che ai primi di aprile potevano permettersi il lusso di abbandonare il campo profughi e di rientrare nelle loro case distrutte. La poca ricostruzione visibile era rappresentata dal rifiorire di mucchi di sassi tenuti insieme dal fango addosso ai pochi muri rimasti in piedi. In una zona sismica, con un terreno franoso e corsi d’acqua irregolari significa che fra 3, 5, 10 o 20 anni un nuovo terremoto abbatterà sui figli dei degli sfollati di oggi una identica quantità di macerie che, di nuovo, non salverà nessuno. Oltre alla conta dei morti, dei feriti e dei danni alle infrastrutture i disastri umanitari dovrebbero portare la saggezza della prevenzione che, come noto, costa, e per questo non è mai praticata da nessun governo (anni fa qualcuno propose un sistema d’allerta per i maremoti nel Sud Est asiatico, ma per i governi interessati era troppo costoso e altre erano le priorità). Invece vediamo sparire piccoli campi profughi e lievitare fino a scoppiare quell’unico campo organizzato dove per mesi non c’è stato modo di tenere le latrine pulite perché la popolazione era in continuo aumento, le persone da fuori venivano a rubare i sacchi della spazzatura per poterli rivendere e i canali di scolo erano intasati ogni due giorni.

Se il nostro intervento non ha cambiato nulla allora lo scopo non è stato raggiunto. Quindi il perché del continuare gli interventi diventa un amletico interrogativo che ci perseguita ad ogni missione.

Ad una riflessione similare induce un fenomeno che recentemente ha provato essere dilagante e senza confini. L’adozione a distanza convoglia fondi di privati cittadini verso enti benefici e senza scopo di lucro che assistono bambini e ragazzi in paesi in via di sviluppo per mantenerli e fornire loro l’istruzione. Questo perché nel loro paese di residenza le strutture sanitarie, sociali ed educative o non sono mai esistite oppure in alcuni casi sono state spazzate via dalle frettolose politiche riformatrici e sterili della Banca Mondiale che negli anni Ottanta e Novanta ha imposto piani di aggiustamento strutturale nelle finanze statali che lasciavano gli strati sociali più deboli (circa l’80% della popolazione)completamente abbandonati.

Se da una parte i cittadini dei paesi più ricchi partecipano volontariamente, a pioggia, senza vincoli e quindi soluzioni di continuità a programmi di assistenza riservati ai bambini (escludendo altri strati egualmente bisognosi), dall’altra i governi nazionali impongono barriere doganali che strangolano la crescita economica, non investono nello sviluppo (quel che promettono), mantengono interessi sul debito e il debito stesso per decenni imponendo un’ipoteca strutturale sulle finanze e si limitano, di tanto in tanto, dietro pressioni occasionali dell’opinione pubblica, a gettare briciole dalla loro tavola senza impostare soluzioni risolutive. Sul versante diplomatico continuano ad intrattenere amichevoli rapporti commerciali con questi stessi paesi che violano i diritti umani, acquistano (dai paesi occidentali democratici) massicce quantità di armi con fondi che dovrebbero essere destinati a ospedali, scuole e servizi sociali e non avviano alcuna politica di democratizzazione o di miglioramento del livello di vita della popolazione.

Da una parte interveniamo nelle emergenze umanitarie e ce ne andiamo senza dare alcun apporto duraturo, dall’altra i cittadini con donazioni private suppliscono a carenze assistenziali di governi dispotici coi quali i nostri governi intrattengono buoni rapporti commerciali-e i proventi finiscono nelle nostre casse invece che essere investiti nel paese bisognoso.

Lo tzunami nel 2004 ha drenato risorse umane e finanziarie, ma sarebbe successo ugualmente se non avessimo visto migliaia di turisti occidentali rientrare in ciabatte e magliettina perchè avevano perso tutto? Médecins sans Frontières ha dovuto chiedere di smettere di mandare soldi perché ne avevano troppi. Possibile che per lo tzunami ci fossero troppi soldi e per tutti gli altri paesi mai abbastanza?

Per quanto tempo ancora ci limiteremo a continuare a scavalcare i corpi degli ammalati senza curare mai le cause invece che i sintomi? Oppure siamo condannati, come conclude amaramente Tony Vaux, ad essere superficialmente altruisti, ma in profondità solo egoisticamente interessati a tacitare per ora, per qualche anno, per qualche bambino, il senso di colpa?

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(1)    Tony Vaux ha scritto “L’altruista egoista”, un libro di riflessioni sugli interventi umanitari.

(2)    Oxfam è una delle più grandi e importanti organizzazioni non governative inglesi.