I MIRACOLI EUCARISTICI

di Massimo Craboledda

 

            I MIRACOLI EUCARISTICI DI OFFIDA E VALVASONE

 

         C’è un gesto, nella celebrazione della Messa, al quale, talvolta, impegnati nel canto dell’Agnello di Dio è già proiettati verso la Comunione, non si presta l’attenzione dovuta: è il gesto dello spezzare il pane, la “frazione” dell’Ostia consacrata, atto che, nel ricordare, attualizza quello che fece Gesù nell’ultima cena. Era un rito giustamente considerato emblematico dalle prime comunità cristiane che chiamavano l’Eucaristia “frazione del pane”. Alcuni dei miracoli eucaristici che abbiamo ricordato nei mesi scorsi, e molti altri sui quali non potremo soffermarci, rivelano il senso profondo di quel gesto. Gesù non spezzò il pane semplicemente per darne un pezzo agli apostoli riuniti con Lui; quel rito, ancor prima che condivisione, esprime sacrificio, immolazione. Il pane è Gesù stesso; spezzando il pane Egli spezza se stesso, come il servo obbediente che si consegna alla morte per proclamare l’assoluta sovranità di Dio violata dal peccato, riconciliandoci, così, col Padre celeste. È, dunque, un atto di infinito amore, atto di inconcepibile densità che riassume l’eterno disegno di salvezza: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo…per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 5,7).

         Questo è quanto, nella fede, la Chiesa ha sempre compreso ed insegnato. Ora il sangue, sgorgato copioso dall’Ostia spezzata, ad esempio a Bolsena, esprime questa realtà in modo palese: il sangue è vita che si effonde, che si consuma donandosi, è il segno dell’Agnello immolato. L’unico pane spezzato che riceviamo significa, pertanto, profonda, intima partecipazione al sacrificio di Cristo e richiede l’impegno, per rispettare la verità del Sacramento, a farci anche noi “pane spezzato”, secondo l’invito di S. Paolo: “Vi esorto, dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1).

         I miracoli eucaristici ci aiutano, dunque, a vivere ed approfondire sempre più l’inesauribile tesoro dell’Eucaristia. È doloroso constatare che un gran numero di essi si pone come risposta dell’amore ferito di Dio a dubbi di fede o a gravi episodi di disprezzo o, nel migliore dei casi, di incuria e leggerezza verso il Santissimo Sacramento. Così è anche per due prodigi avvenuti verso la fine del XIII° secolo, pochi anni dopo i fatti di Bolsena di cui abbiamo parlato il mese scorso, il primo a Lanciano, in provincia di Chieti, nel 1273, il secondo a Gruaro, presso Venezia, nel 1294.

         A Lanciano una donna, tale Ricciarella, per riconquistare il cuore del marito e la pace familiare, si rivolse ad una fattucchiera. Questa le consigliò di accostarsi alla Comunione, occultare l’Ostia anziché consumarla, portarla a casa, polverizzarla sul fuoco e disperderla nel cibo o nella bevanda del marito. Sembra una lugubre fantasia, ma esiste una copia notarile autenticata di un documento del 1280, oggi perduto, in cui il fatto viene testimoniato dal padre Michele Pellicani, rettore del convento dei frati Agostiniani di Offida, piccolo centro delle Marche. Appena messa sul fuoco, la sacra particola si trasformò in parte in carne da cui sgorgava abbondante sangue che impregnò il coppo su cui l’Ostia era stata posta ad arrostire. Visto vano ogni tentativo di arginare l’uscita del sangue, la donna avvolse in un telo di lino il coppo con l’Ostia e lo nascose sotto il letame nella stalla. A sera l’asino si rifiutò di entrarvi e quando, a suon di bastonate, ne fu costretto, rimase prostrato, si legge nella testimonianza del citato frate, “verso quella parte dove l’Ostia era sepolta, da sembrare quasi che volesse adorarla”.

         Qualche tempo dopo la donna, tormentata dal rimorso, trovò la forza di confessare il misfatto al venerando padre Giacomo Diotallevi, priore del convento di Sant’Agostino in Lanciano. Quando fu sollevato il letame, si vide che esso non aderiva al panno: questo era rimasto perfettamente lindo e tanto i frammenti di Ostia e di carne quanto il sangue erano intatti e freschi come se il miracolo fosse appena avvenuto. Le reliquie furono portate nella chiesa che gli Agostiniani avevano in Offida ove sono anche oggi custodite in un reliquiario d’argento nella cappella al centro dell’abside. La casa ove avvenne il miracolo fu trasformata in oratorio nel 1582 ed affidata ai frati Agostiniani. Oltre al citato documento notarile, il miracolo è menzionato in alcune bolle emanate dai pontefici Bonifacio VIII, Giulio II, Pio V, Gregorio XIII, Sisto V, Paolo IV, Pio IX che concessero anche particolari indulgenze. La reliquia dell’Ostia è stata sottoposta ad alcune ricognizioni ecclesiastiche che hanno testimoniato la presenza di tessuto carnoso e ne hanno certificato lo stato di conservazione.

         Veniamo, ora, al secondo episodio. A Gruaro una donna era scesa al lavatoio pubblico, costituito da una roggia, con alcune tovaglie d’altare della chiesa parrocchiale di S. Giusto. Vide all’improvviso sangue sgorgare da un’Ostia consacrata rimasta, per una svista o per negligenza, fra le pieghe di una tovaglia. Il sacro lino, subito riportato in chiesa con una processione improvvisata, fu a lungo oggetto di contesa fra gli abitanti di Gruaro e i conti di Valvasone, cittadina della pianura friulana in provincia di Pordenone. A questi ultimi, giuspatroni della chiesa di Gruaro, nel 1330 venne affidata dalla Santa Sede la custodia della reliquia, a condizione che fosse costruita, per accoglierla, una nuova chiesa da dedicare al Santissimo Corpo di Cristo. Tale chiesa venne consacrata in Valvasone oltre un secolo e mezzo dopo, nel 1484, ed accoglie ancor oggi, in un cilindro di cristallo sostenuto da un reliquiario d’argento, la tovaglia sulla quale è visibile una macchia di sangue di sei centimetri che impregna la stoffa anche sul retro.

         Che dire a commento di quest’ultimo episodio? È davvero grande la superficialità con la quale ci si rapporta spesso all’Eucaristia. Vengono in mente parole di Gesù pronunciate amaramente un giorno in Galilea: “Quelli di Ninive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui c’è più di Giona! La regina del sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall’estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, qui c’è più di Salomone!” (Mt 12, 41-42).

 

ef