I terremotati del Pakistan

di Francesca Citossi

 

Ha piovuto a dirotto per 2 giorni. I tre punti di gocciolamento nel container nuovo non fanno dormire per un po’, ma per poco, la stanchezza è troppa. L’hanno ultimato giusto in tempo, la tenda aveva delle perdite. Il campo, fuori, è ridotto a un lago. Il terreno è assolutamente impermeabile e i 20 centimetri di fango si vedono sugli scarponi e i pantaloni che ci siamo premuniti di prendere tutti degli stessi colori: marroncino, marrone, sabbia, fango (appunto). Le macchine escono in derapata e coprono gli astanti di schizzi.

Il problema principale non è comunque il fango, ma il mancato assorbimento del terreno nelle zone asettiche, purtroppo finché i bagni nei containers non saranno ultimati le latrine all´aperto non possono essere coperte. Anche lavarsi diventa un problema quando è freddo, utilizzare un secchio di acqua è ancora accettabile, ma farlo all´aperto non è piacevole.

Il Colonnello Mansour, che da due settimane sta col fiato sul collo a tutte le Organizzazioni Non Governative occidentali si è presentato verso le dieci di sera, sotto la pioggia. Non si è accontentato del no, grazie, al suo attendente. È evidente che gli pesa dover trattare con una donna, non musulmana, occidentale, che per di più gli fa domande, vuole spiegazioni e non gli dice subito di si. Si meraviglia del fatto che ci fidiamo del nostro staff locale che dorme all´interno del campo, è evidente che è circondato di persone alle quali non piace e non si raccapezza di come noi, occidentali, possiamo avere un rapporto migliore del suo, locale. Alla fine acconsente a ridurre la proposta di due militari armati dentro al campo ad un poliziotto fuori dal campo, dall´altra parte della strada. Il poliziotto si presenta a mezzanotte, armato, e vuole stare nella guardiola. Gli spiego che no, gente armata nel campo non ci sta. Se erano così preoccupati per la nostra sicurezza potevano lasciarci i militari della NATO che come attività principale hanno sgomberato una quantità enorme di macerie. Ce ne sono ancora moltissime, come sarà stato la mattina del 9 Ottobre 2005? Per quanto il Generale Musharraf abbia smesso la divisa e applicato operazioni cosmetiche di democrazia creativa per dare il contentino a Washington, il Pakistan rimane una dittatura militare e si vede, tanto.

Nei prossimi giorni se ne occuperà l´Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite (UNOCHA) a Islamabad con il superiore del Colonnello Mansour, speriamo ce ne liberi presto.

La mattina dopo piove ancora, I lavori si fermano. Le tende UNICEF che distribuiamo sono per una quarantina di bambini, grandi, pesanti, sotto la pioggia battente non c´è modo di far nulla. I campi rifugiati dove costruiamo latrine, docce e punti di approvvigionamento acqua si riducono in uno stato pietoso: con le piogge del mese scorso quattro tende sono state lavate via. Il governo ha deciso di chiudere tutti i campi entro il 31 marzo ma non tutta questa gente ha un posto dove tornare. La ricostruzione non è ancora cominciata e dopo 6 mesi di abbandono i loro campi non daranno da vivere.

Il giorno dopo il sole splende e ci cuoce dentro la tenda-ufficio. È un bel giorno per andare al mercato e comprare cose di cui avevamo bisogno da settimane - vivere stipati in 5 in una tenda non è facile. Per trovare lo spazzolino ci vogliono 20 minuti, i calzini spariscono e oggettistica varia rimane dislocata per un po’.

A forza di riso e pollo abbiamo ormai virato sulla consolatoria Nutella - la verdura deve essere sempre stracotta e i sapori sono tutti uguali, una sbobba da carcere, la frutta va sempre sbucciata, le uova devono essere ben cotte e di cibo comprato in giro non se ne parla nemmeno, abbiamo allucinazioni sul buon vecchio maiale: salsicce, bistecche, fiorentina… I telefoni funzionano poco, rimaniamo tagliati fuori dal mondo e senza Internet per giorni consecutivi, alle volte dobbiamo usare il generatore per tutta la giornata perché non c´è corrente.  Lavorare 7 giorni su 7 con disponibilità 24 ore su 24 alla lunga è pesante.

Come sempre c´è enorme differenza negli interventi umanitari quando l´emergenza è causata dall´uomo o dalla natura. Nei Balcani le persone sono ancora arrabbiate, pronte al confronto duro per ogni dettaglio, in Asia dopo lo tzunami e il terremoto lavorare è meno complicato. Quando passeggiamo per il mercato ci salutano e ci invitano per un the. Sanno che viviamo come loro, nelle tende, senz´acqua corrente e con la vita complicata in ogni minimo aspetto.

L´emergenza sarà finita a marzo, poi la ricostruzione. Al momento nessuno ha idea di come fare, il governo non ci dà numeri né piani, solo militari che controllano le nostre attività, e le manifestazioni anti-occidentali non aiutano.

Chi disegna vignette e le supporta è come chi tira sassi e fa agguati agli occidentali: non sanno qual è la vita qui, sul campo. Shah da grande vuole fare l´attore, Sohil chiede permessi per andare  a fare gli esami all´università e Hassandin ci ha portato sua figlia di 3 anni, Ikra, che noi riempiamo colpevolmente di caramelle. Ci hanno costruito e regalato dei mobili fatti da loro per il nostro container, quando il loro cuoco cucina una specialità ce ne portano sempre un po’, e nei giorni di festa ci invitano a prendere un frullato assieme.

Tempo per le vignette qui non ce n´è.