IL Magistero di
Benedetto XVI
«DEUS CARITAS EST
»
A cura
di Maria Carla Papi
Il 25 gennaio 2006
Benedetto XVI ha reso pubblica la sua prima enciclica, che, come
tutte le encicliche papali, prende nome dalle prime parole della
sua versione latina: Deus Caritas Est, Dio è
amore, tratte dalla 1 lettera di Giovanni (1Gv 4,16)
Perché lha
scritta? Perché ha scelto questo tema? Con quale intenzione? A
queste domande lo stesso papa Joseph Ratzinger ha risposto con
chiarezza lunedì 23 gennaio, quando, con un atto inusuale per un
Papa, Benedetto XVI ha di fatto presentato in anteprima la sua
Enciclica ai partecipanti a un incontro internazionale promosso
in Vaticano dal Pontificio Consiglio Cor Unum. Si
può dire che questa presentazione è una vera e propria
prefazione del documento, scritta dallautore stesso!
Chi vuole
affrontare la lettura dellEnciclica (peraltro chiara,
facile e breve) non può farlo prescindendo dalla presentazione
del suo Autore, tralasciando i tanti (spesso inopportuni)
commentatori dellultimora.
Ecco il testo
integrale.
Perché ho scelto l'amore
come tema della mia prima enciclica
di Benedetto XVI
«Lescursione cosmica in cui Dante nella sua Divina
Commedia vuole coinvolgere il lettore finisce davanti alla
luce perenne che è Dio stesso, davanti a quella luce che al
contempo è l'amor che move il sole e l'altre stelle
(Par. XXXIII, v. 145). Luce e amore sono una sola cosa. Sono la
primordiale potenza creatrice che muove l'universo.
Se queste parole
del Paradiso di Dante lasciano trasparire il pensiero di Aristotele,
che vedeva nell'eros la potenza che muove il mondo, lo sguardo di
Dante tuttavia scorge una cosa totalmente nuova ed inimmaginabile
per il filosofo greco.
Non soltanto che
la luce eterna si presenta in tre cerchi ai quali egli si rivolge
con quei densi versi che conosciamo: O luce etterna che
sola in te sidi, / sola t'intendi, e da te intelletta / e
intendente te ami e arridi! (Par., XXXIII, vv. 124-126).
In realtà, ancora più sconvolgente di questa rivelazione di Dio
come cerchio trinitario di conoscenza e amore è la percezione di
un volto umano il volto di Gesù Cristo che a Dante
appare nel cerchio centrale della Luce.
Dio, Luce infinita
il cui mistero incommensurabile il filosofo greco aveva intuito,
questo Dio ha un volto umano e possiamo aggiungere
un cuore umano.
In questa visione
di Dante si mostra, da una parte, la continuità tra la fede
cristiana in Dio e la ricerca sviluppata dalla ragione e dal
mondo delle religioni. Al contempo, però, appare anche la
novità che supera ogni ricerca umana la novità che solo
Dio stesso poteva rivelarci: la novità di un amore che ha spinto
Dio ad assumere un volto umano, anzi ad assumere carne e sangue,
l'intero essere umano.
L'eros di Dio non
è soltanto una forza cosmica primordiale. È amore che ha creato
l'uomo e si china verso di lui, come si è chinato il Buon
Samaritano verso l'uomo ferito e derubato, giacente al margine
della strada che scendeva da Gerusalemme a Gerico.
La parola "amore"
oggi è così sciupata, così consumata e abusata che quasi si
teme di lasciarla affiorare sulle proprie labbra.
Eppure è una
parola primordiale, espressione della realtà primordiale; noi
non possiamo semplicemente abbandonarla, ma dobbiamo riprenderla,
purificarla e riportarla al suo splendore originario, perché
possa illuminare la nostra vita e portarla sulla retta via.
È stata questa
consapevolezza che mi ha indotto a scegliere l'amore come tema
della mia prima enciclica.
Volevo tentare di
esprimere per il nostro tempo e per la nostra esistenza qualcosa
di quello che Dante nella sua visione ha ricapitolato in modo
audace. Egli narra di una vista che s'avvalorava
mentre egli guardava e lo mutava interiormente. (cfr Par., XXXIII,
vv. 112-114).
Si tratta proprio
di questo: che la fede diventi una visione-comprensione che ci
trasforma. Era mio desiderio di dare risalto alla centralità
della fede in Dio in quel Dio che ha assunto un volto
umano e un cuore umano.
La fede non è una
teoria che si può far propria o anche accantonare. È una cosa
molto concreta: è il criterio che decide del nostro stile di
vita.
In un'epoca nella
quale l'ostilità e l'avidità sono diventate superpotenze, un'epoca
nella quale assistiamo all'abuso della religione fino all'apoteosi
dell'odio, la sola razionalità neutra non è in grado di
proteggerci. Abbiamo bisogno del Dio vivente, che ci ha amati
fino alla morte.
Così, in questa Enciclica,
i temi Dio, Cristo e amore
sono fusi insieme come guida centrale della fede cristiana.
Volevo mostrare l'umanità della fede, di cui fa parte l'eros
il sì dell'uomo alla sua corporeità creata
da Dio, un sì che nel matrimonio indissolubile tra
uomo e donna trova la sua forma radicata nella creazione.
E lì avviene
anche che l'eros si trasforma in agape che l'amore per l'altro
non cerca più se stesso, ma diventa preoccupazione per l'altro,
disposizione al sacrificio per lui e apertura anche al dono di
una nuova vita umana. L'agape cristiana, l'amore per il prossimo
nella sequela di Cristo non è qualcosa di estraneo, posto
accanto o addirittura contro l'eros; anzi, nel sacrificio che
Cristo ha fatto di sé per l'uomo ha trovato una nuova dimensione
che, nella storia della dedizione caritatevole dei cristiani ai
poveri e ai sofferenti, si è sviluppata sempre di più.
Una prima lettura
dell'enciclica potrebbe forse suscitare l'impressione che essa si
spezzi in due parti tra loro poco collegate: una prima parte
teorica, che parla dell'essenza dell'amore, e una seconda che
tratta della carità ecclesiale, delle organizzazioni caritative.
A me però
interessava proprio l'unità dei due temi che, solo se visti come
un'unica cosa, sono compresi bene.
Dapprima occorreva
trattare dell'essenza dell'amore come si presenta a noi nella
luce della testimonianza biblica. Partendo dall'immagine
cristiana di Dio, bisognava mostrare come l'uomo è creato per
amare e come questo amore, che inizialmente appare soprattutto
come eros tra uomo e donna, deve poi interiormente trasformarsi
in agape, in dono di sé all'altro e ciò proprio per
rispondere alla vera natura dell'eros.
Su questa base si
doveva poi chiarire che l'essenza dell'amore di Dio e del
prossimo descritto nella Bibbia è il centro dell'esistenza
cristiana, è il frutto della fede.
Successivamente,
però, in una seconda parte bisognava evidenziare che l'atto
totalmente personale dell'agape non può mai restare una cosa
solamente individuale, ma che deve invece diventare anche un atto
essenziale della Chiesa come comunità: abbisogna cioè anche
della forma istituzionale che s'esprime nell'agire comunitario
della Chiesa.
L'organizzazione
ecclesiale della carità non è una forma di assistenza sociale
che s'aggiunge casualmente alla realtà della Chiesa, un'iniziativa
che si potrebbe lasciare anche ad altri. Essa fa parte invece
della natura della Chiesa.
Come al Logos
divino corrisponde l'annuncio umano, la parola della fede, così
all'agape che è Dio deve corrispondere l'agape della Chiesa, la
sua attività caritativa.
Questa attività,
oltre al primo significato molto concreto dell'aiutare il
prossimo, possiede essenzialmente anche quello del comunicare
agli altri l'amore di Dio, che noi stessi abbiamo ricevuto. Essa
deve rendere in qualche modo visibile il Dio vivente. Dio e
Cristo nell'organizzazione caritativa non devono essere parole
estranee; esse in realtà indicano la fonte originaria della
carità ecclesiale. La forza della Caritas dipende dalla forza
della fede di tutti i membri e collaboratori.
Lo spettacolo dell'uomo
sofferente tocca il nostro cuore. Ma l'impegno caritativo ha un
senso che va ben oltre la semplice filantropia. È Dio stesso che
ci spinge nel nostro intimo ad alleviare la miseria. Così, in
definitiva, è lui stesso che noi portiamo nel mondo sofferente.
Quanto più
consapevolmente e chiaramente lo portiamo come dono, tanto più
efficacemente il nostro amore cambierà il mondo e risveglierà
la speranza una speranza che va al di là della morte e
solo così è vera speranza per l'uomo.»
ef
Limmagine
sopra riprodotta è un particolare dei mosaici che decorano la
cappella privata del papa Redemptoris Mater, nel
Palazzo Apostolico, ultimati nel 1999. Ne è autore Marko Ivan Rupnik,
gesuita, sloveno.
Il particolare
rappresenta il Buon Samaritano. Nella prefazione
allenciclica, Benedetto XVI lo cita così:
L'eros di Dio è amore che ha creato l'uomo e si china
verso di lui, come si è chinato il Buon Samaritano verso l'uomo
ferito e derubato, giacente al margine della strada che scendeva
da Gerusalemme a Gerico