LA VOCE DEL VESCOVO

 

di Maria Carla Papi

"Riflessioni sul Giorno del Signore"

Nota pastorale di S. E. il Card. Arcivescovo Giacomo Biffi

E' stata una lunga stagione quella nella quale – per un malinteso senso di libertà - si sono sempre più irrobustite le radici di un’ideologia che aveva come massimo precetto (e anche questa era una contraddizione!!) il "vietato vietare", la frase simbolo che campeggiava su tanti muri della città ad opera di estemporanei artistoidi.

Non fu senz’altro facile per i sacerdoti che, secondo il loro ministero, dovevano proclamare delle certezze ed indicare un percorso di vita coerente ed unico ad una popolazione che, per di più, era via via sempre più confusa e disorientata da un vento di cambiamento che stravolgeva le tradizioni fino allora custodite dalle generazioni precedenti e che mano mano venivano viste come idee arcaiche e superate.

Così, nel capitolo dedicato alle perplessità di un pastore che ha vissuto sulla sua pelle di parroco quegli anni difficili, il Cardinale Biffi esprime, assieme ai suoi dubbi, i sentimenti di difficoltà che turbavano la sua anima di pastore.

Seconda Parte: LE PERPLESSITÀ DI UN PASTORE

"In quegli anni iniziava ad affacciarsi alla ribalta teologica e pastorale – nel contesto di una declamata e compiaciuta "svolta antropologica" della "sacra doctrina" – una forte affermazione circa il valore della "secolarità" delle cose e la sua sufficienza per una lettura adeguata della realtà; affermazione che poi dava il via alla proposta (finallora inaudita) di "desacralizzare" l’intera vita cristiana e quindi anche l’azione cultuale.

Secondo quest’ottica, nell’universo uscito dalle mani del Creatore e tenuto in essere da lui, non esiste una realtà "sacra" e una "realtà profana", non esistono "azioni sacre" e "azioni profane": la sola distinzione consentita è quella tra il "buono" e il "cattivo". Tanto meno si potranno distinguere "canti sacri" e "canti profani", "vesti sacre" e "vesti profane", eccetera. L’unica differenza ammissibile è quella tra ciò che è umanamente autentico e ciò che non è autentico, che non è umano, che non è apprezzabile dall’uomo di oggi.

Ovviamente in tale visione neanche i giorni potevano essere classificati in "sacri" e "non sacri": tutti i giorni sono di Dio e tutti i giorni sono dell’uomo. Insomma, era lo stesso concetto di "sacro" a dover essere ormai abbandonato come vano e fuorviante.

Da qualche parte mi sembrava addirittura di capire che si irridesse alla visione "misterica" della domenica, come a qualcosa di astratto, se non di onirico e di fiabesco.

6. Mi fermo qui, anche se potrei continuare in questa descrizione – senza dubbio sommaria, schematica, e con qualche esagerazione didattica – dei disorientamenti e delle perplessità che a un pastore derivavano (certo, insieme con molte idee stimolanti) dall’apprendimento delle teorie di alcuni moderni scrittori di cose ecclesiali. I quali fino al Concilio sembravano quasi tutti ammantarsi nell’atteggiamento – serio e anche un po’ noioso – dei "probati auctores"; mentre poi pare che spesso si siano divertiti a giocare agli "enfants terribles" della cultura cattolica: "enfants terribles" spregiudicati e volubili. Ma è purtroppo un divertimento che personalmente avevo qualche difficoltà ad apprezzare. Avere di fronte ogni domenica gli stessi volti conosciuti e amati, volti di uomini che nella loro unica vita decidono di un destino eterno, non incoraggia certo un pastore, che abbia conservato un po’ di cuore e un po’ di senno, a proporre insegnamenti cangianti ed effimeri e ad avventurarsi in esperimenti sempre diversi. Così si spiega che molti pastori, pur benintenzionati, abbiano dato l’impressione di essere spesso incerti, confusi e un po’ persi; che non è lo stato d’animo più conveniente per chi ha il compito irrinunciabile di essere la guida dei suoi fratelli.

Con il "primo mito" il Cardinale entra nel cuore del problema. ? talvolta anche un po’ ridicolo ascoltare delle persone che si dichiarano laiche (senza osare dire "non credenti") le quali criticano la Chiesa, rea di imporre – a loro avviso – veti e anatemi. A costoro, vorrei chiedere se il loro parroco o il loro Vescovo ha mai mandato a casa i gendarmi perché convivono, o perché divorziano o altro ancora!

Non ci si vuol mettere in testa che la Legge di Dio non ha niente a che vedere con le leggi degli uomini. Se parcheggio in divieto, mi becco la multa, ma se vado contro la legge di Dio, non mi succede nulla di simile. Molto spesso però nella vita ci accorgiamo che certe "allegre scorciatoie" ci hanno portato in un vicolo cieco e capiamo che era meglio seguire la Legge di Dio che è una Legge d’amore. Come un buon padre, egli sa cosa è bene per noi e ci indica la strada, e ci attende se vede che andiamo da un’altra parte, pronto a consolarci e a riprenderci fra le sue braccia. Certo la vita sprecata nell’errore non si recupera, ma la casa del Padre è sempre aperta.

L’esempio che fa più avanti il Card. Biffi sull’automobile è uno dei più calzanti. La prima volta che lo udii da lui fu ad una conferenza in S. Domenico sui Dieci Comandamenti che egli definì come "il libretto d’istruzioni simile a quello che un costruttore di auto dà all’acquirente. Lì c’è scritto, fra l’altro, che la macchina può andare solo a benzina. … Ciò non vieta – disse – a colui che acquista l’auto d metterci l’acqua ossigenata! Se poi non va, non dia la colpa al costruttore" (Le parole non sono esatte perché sono andata a memoria, ma esprimono il concetto)

Un altro problema, infatti, è proprio questo: dopo aver ignorato le Leggi del Signore … lo incolpiamo delle nostre disgrazie!

Primo "mito"

Il carattere oppressivo della legge

La legge, si dice, è coartante; limita la libertà, mortifica lo slancio interiore, contrasta la fantasia dello spirito, spegne la gioia. Ciò che è comandato, diventa perciò stesso odioso.

C’è molta verità in questa persuasione. Tutti noi conosciamo la critica alla legge mosaica che si trova nelle lettere di Paolo. Ho tuttavia il sospetto che qualche assalto al "precetto festivo" trovi ispirazione più nella concezione nominalistica, largamente presente nella cultura contemporanea, che non in quella paolina.

Secondo la concezione nominalistica, la legge è essenzialmente un atto di volontà; è sempre perciò qualcosa di arbitrario, di sopravvenuto alla natura delle cose e di imposto estrinsecamente. È perciò sempre, poco o tanto, irritante e mal tollerata. La mentalità di oggi ha esasperato al massimo questo sentimento, fino alla persuasione almeno implicita che è "vietato imporre" ed è "vietato vietare".

Ma san Tommaso – in quell’ammirevole capolavoro che è il suo trattato De legibus – ci insegna al contrario che la legge non è tanto un "imperium" quanto una "ratio": è una intrinseca "misura del comportamento", che si identifica con la natura o almeno vi si innerva e vi si connette (Ia-IIa quaestiones XC-CVIII).

In questo secondo modo di vedere, la legge – lungi dall’essere oppressiva – aiuta il soggetto "misurato" a conoscersi nella sua verità e gli consente di essere autenticamente se stesso. Press’a poco come, quando acquisto un’automobile, non posso giudicare una prepotenza e un’insidia alla mia gioia di proprietario, se il venditore mi avverte che nella macchina, per farla marciare, devo mettere la benzina.

Paolo stesso, che si proclama liberato dalla legge (e quindi in qualche senso "ànomos"), riconosce di essere "énnomos Christoú" (1Cor 9,21), cioè di avere la propria legge nell’organico inserimento in Cristo.

Il problema del precetto domenicale è appunto di appurare se la domenica sia o non sia parte del mistero totalizzante di Cristo, e di vedere se sia possibile dirsi adeguatamente inseriti in Cristo, senza celebrarla. I martiri di Abitina che dicevano: "Sine dominico esse non possumus", è probabile che non pensassero affatto a un’obbligazione di carattere meramente esteriore, che insidiasse la loro gioia.

Questa è una questione pastorale che dovrà essere affrontata senza superficialità.
Bisogna far entrare nella coscienza comune dei fedeli che la celebrazione domenicale (e non soltanto la celebrazione eucaristica) è obbligatoria e vincolante non perché sia arbitrariamente imposta dall’autorità, ma perché è intrinseca alla stessa struttura interiore della personalità cristiana e alla natura misterica della comunità ecclesiale.