LE RADICI CRISTIANE

di Massimo Craboledda

1679, Inghilterra: l’Habeas corpus act sancisce il principio dell’inviolabilità della persona; 1789, Francia: la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino si apre con la solenne affermazione che tutti gli uomini nascono e restano liberi e uguali nei diritti; 1862, Stati Uniti: il presidente Lincoln firma il proclama di emancipazione degli schiavi. Tre date, tre esempi significativi del lungo cammino necessario per l’affermazione nella concreta vita dei popoli del principio del valore e della dignità della persona. Ma il seme di questo principio era stato gettato nella storia molto tempo prima.

Derivato dal verbo latino "personare" che significa "far risuonare", il termine "persona" indicava nell’antichità classica la maschera che nelle commedie e nelle tragedie gli attori indossavano per rappresentare coloro dei quali narravano le gesta. Un significato, quindi, del tutto diverso da quello odierno che designa l’individuo nella sua identità ed unicità irripetibili. Si può dire che, storicamente, il termine "persona" segni il confine fra l’antica cultura pagana e quella cristiana. Fino all’avvento del cristianesimo non esisteva, infatti, né in greco, né in latino, un termine per esprimere il concetto di persona come lo intendiamo oggi: nella cultura classica tale concetto non esisteva. Essa non riconosceva un valore assoluto all’individuo in quanto tale, ma ne faceva dipendere la dignità essenzialmente dal ceto, dal censo o dalla razza.

Con il cristianesimo tutto cambia: l’uomo è visto alla luce del mistero di Cristo, il quale "nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del Suo Amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione" (Gaudium et Spes, n° 22). Qui non si tratta di sfumature, ma di un’autentica rivoluzione dal contenuto esplosivo: la singolarità della persona, unica e irripetibile e, di conseguenza, l’uguaglianza e la pari dignità di ogni essere umano sono verità portate, affermate e diffuse dal cristianesimo.

Alla formulazione del concetto di persona contribuì in modo decisivo l’approfondimento teologico sui misteri dell’ unità e trinità di Dio e dell’ incarnazione del Verbo. Adottato come il più idoneo per indicare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo senza farne tre divinità ma senza dissolvere, nel contempo, la loro individualità, il termine persona fu subito applicato anche all’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio. E in ciò fu evidente e riconosciuta la sua dignità. Poiché non è sufficiente dire che tutti gli uomini hanno la stessa dignità: occorre anche specificare di che livello essa sia, in che cosa si radichi e da che tragga origine.

Quanti ci riconosciamo nella fede in Cristo godiamo di uno stato, di una condizione davvero stupefacente: quella di figli di Dio ("lo siamo realmente" sottolinea S. Paolo nella lettera ai Romani). Nel battesimo siamo innalzati, per grazia e senza distinzioni, ad una dignità ineffabile che, pur superando la nostra capacità di piena comprensione, ci invita non solo al rispetto (e già questo, talvolta, sembra tanto) ma, ben di più, all’amore per ogni uomo. Abbiamo ancora nel cuore e nella mente le immagini della beatificazione di Madre Teresa di Calcutta, icona vivente di questo amore, che nella più derelitta umanità della megalopoli indiana sapeva riconoscere i lineamenti di Gesù, dandoci l’esempio di cosa vuol dire riconoscere, in senso cristiano, il valore dell’uomo.

Chi prescinde dal rapporto con Dio è costretto ad ancorare la dignità che oggettivamente avverte in sé e nei propri simili ad un terreno assai più esposto alla debolezza e mutevolezza dei convincimenti umani. Si possono, certo, invocare quelle caratteristiche dell’uomo che lo distinguono da ogni altro vivente: l’intelligenza e l’autocoscienza, anzitutto, il suo essere centro di decisioni libere, l’avere il dominio dei propri atti. Quelle caratteristiche, in sostanza, che, al di là di una visione meramente materialista (per la quale tutto diventa ancora più difficile) ne fanno un essere spirituale.

Queste argomentazioni sono serie e valide; la fede non le esclude affatto. Ma…quando l’intelligenza e l’autocoscienza non si sono ancora sviluppate o sono svanite, quando la malattia rende incapaci di decisioni libere o toglie il controllo del proprio corpo, quando lo spirito sembra sopito e annullato dalla gravità della materia, o quando l’istinto soverchia la ragione per gli atti più nefandi e irrazionali, riusciamo ancora, nei limiti di un ragionamento umano, a discernere, "nonostante tutto", la dignità della persona?

Da questo dipendono le risposte ai grandi dibattiti morali del nostro tempo: il valore della vita appena concepita, il giudizio sull’eutanasia e sulla pena di morte, il significato di una vita in coma profondo o anche, su un piano diverso ma sempre attinente alla dignità della persona, l’ammissibilità dell’assunzione di droghe e la liceità della fecondazione extracorporea. Analogamente, dal riconoscere o meno il primato della persona sul capitale e sul lavoro dipende l’atteggiamento di fronte a urgenti ed attuali problemi, quali l’accoglienza agli emigrati che bussano alla porta delle nostre società ricche o l’equità a tutti i livelli nelle relazioni con i popoli del sud del mondo.

La pietra angolare su cui è ben fondato l’umanesimo cristiano è la certezza del valore e della dignità della persona al di là dei suoi meriti o dei suoi demeriti e di ogni esterna contingenza. E’ un valore intrinseco, ontologico, che attiene, cioè, al suo essere originario, voluto e creato da Dio con immenso amore, un amore che non conosce fine. Da questo principio proviene la luce che guida ogni discernimento sulle situazioni umane. Un’antropologia senza Dio e senza Cristo è possibile ma condurrà, inesorabilmente, allo smarrimento della speranza.