PREMIAZIONE

Ancora un nostro parrocchiano premiato!

Sabato 11 ottobre scorso, alla presenza delle autorità, dei Giurati e del pubblico intervenuto, nel giardino interno della Residenza per anziani a Modigliana, si è svolta la cerimonia di premiazione che ha chiuso ufficialmente la IVa edizione 2003 del concorso "L’Inedito Anziano" dedicato appunto agli anziani. Nell’Albo d’oro, al secondo posto con un diploma ed un premio del valore di 350 Euro è arrivato LUCA MARIA PAPI VECCHI con il racconto "Gli ultimi tre giorni di Cesare" che ripropone tanti malintesi che aleggiano sugli anziani, giudicati quasi sempre come un "problema" mentre loro, dentro, pensano, vivono, ricordano e amano come quando avevano vent’anni!

Di seguito proponiamo il racconto, mentre ci congratuliamo con l’Autore.


gli Ultimi Tre Giorni di Cesare

di Luca Maria Papi Vecchi

 

Il terzultimo giorno di Cesare

Venerdì tardo pomeriggio.

Se ti accorgessi che ormai ti rimane poco tempo, cosa faresti? Verresti preso dal panico, lo so. ? ciò che accadde a me quando, all’età di 13 anni, rischiai la vita e ancora sento il battito accelerato che mi pervase, pochi istanti dopo lo scampato pericolo.

All’epoca lavoravo, con mio cugino Mauro, come aiutante e sguattero del locale irlandese ‘Celtic M’. ‘M’ stava per ‘Massachusetts’, ma io avevo sempre creduto che fosse l’iniziale del padrone del locale, McHall. Imparai la verità quando avevo già smesso di lavorare lì.

Comunque sia, ricordo che, il giorno dell’incidente, io e Mauro avevamo più casse del solito da scaricare da quel vecchio rottame che Pat Bruno si ostinava a chiamare ‘furgoncino da lavoro’. Una cassa di legno scivolò dalle mani di entrambi e tutto il suo contenuto andò in frantumi. Mauro ebbe la pessima idea di raccogliere i vetri di bottiglia che erano sparsi su tutta la superficie del terreno nel retro del locale. Accidentalmente si tagliò. Non sembrava grave, ma il taglio non smetteva di sanguinare, così decisi di cercare aiuto. Bruno non c’era e il padrone era a fare ordinazioni per il locale.

Il retro del locale non era molto in vista, così andai sulla strada e fermai la prima macchina che passava. Era una pattuglia della polizia. Spiegai la situazione ai due poliziotti, che si dimostrarono molto gentili. Soccorsero Mauro, che stava già cominciando a sentirsi male ed era divenuto pallido. Ci fecero salire sulla loro auto e ci portarono all’ospedale. Ma durante il tragitto avvertirono un’altra pattuglia. Solo in quel momento io e mio cugino capimmo in che guaio ci eravamo cacciati. Il giorno seguente non saremmo stati pagati per il nostro lavoro, da McHall.

Il ‘Celtic M’ chiuse la sera stessa. Contrabbando di alcolici e lavoro in nero a due minorenni. McHall scomparì per un po’, poi imparai che era andato in Pennsylvania da certi amici.

Mauro se la cavò con sei punti e uno schiaffo da suo padre. Io con due dal mio. Fu all’uscita dell’ospedale che capitò l’incidente. Mentre con i miei genitori mi avviavo per tornare a casa, mio padre si fermò, mi prese per un orecchio e mi disse che ero stato fortunato. Proprio in quel momento un’auto, che andava a tutta velocità, cercò di investirmi, ma mio padre, che mi stava ancora tenendo per l’orecchio, mi strattonò talmente forte che caddi all’indietro, su di lui, salvandomi. L’auto era guidata da degli irlandesi. La chiusura del locale avrebbe bloccato grosse entrate per qualcuno che commerciava alcolici illegalmente. L’orecchio mi sanguinò per quasi due giorni interi, ma mio padre aveva avuto ragione. Ero stato proprio fortunato. Era il 16 Dicembre 1915 e lo ricordo come fosse stato stamattina.

‘Celtic M’ riaprì qualche mese dopo sotto un nuovo padrone, che però si guardò bene dal dare lavoro a degli italiani. Ogni tanto, io e Mauro trovavamo qualche lavoretto da fare in giro per la città, ma per la maggior parte del tempo ce ne stavamo sempre nel North End, al sicuro.

Adesso il ‘Celtic M’ si chiama ‘Celtic 93’. Forse perché ha cambiato gestione per l’ennesima volta nel 1993 o forse perché vicino ci passa la superstrada John F. Fitzgerald. Non so.

Mauro dovrebbe arrivare tra non molto. Sono quasi le sette. Devo preparare il caffè.

Venerdì sera.

Mauro mi sta raccontando della sua giornata. Stamattina ha visto Johnny. Sembra fosse entusiasta per via di un’intervista che gli hanno fatto. Mauro mi sta dicendo che Hanover Street era tirata a lucido. Io non l’ho vista perché stamattina non sono uscito. Forse lo farò domani. Non so. Mio cugino, certe volte mi ricorda tanto mio zio, suo padre. Si tocca continuamente la punta del naso e quando sorride, stringe gli occhi come se del limone gli fosse schizzato addosso. È sempre stato buffo. Anthony, il nostro miglior amico, ha sempre detto che la vita senza Mauro sarebbe stata tutta un’altra cosa. Aveva ragione.

Ormai si è fatto tardi e Mauro deve rincasare. Adriana, sua moglie, lo aspetta. Ci salutiamo, dandoci appuntamento per l’indomani davanti alla Chiesa del Sacro Cuore per partecipare alla Messa dell’anniversario delle loro nozze.

Ci abbracciamo, stringendoci il più forte possibile, come al solito. E come al solito la stretta giocosa è sempre meno energica. Ma Mauro stringe gli occhi come sempre.

 

Il penultimo giorno di Cesare

Sabato mattina.

La Chiesa del Sacro Cuore è bella come sempre. Mauro e Adriana mi stanno aspettando sul sagrato e sembrano ancora gli sposini di sessantasei anni prima. Quando si sposarono lui aveva 28 anni e lei appena 19, ma si vedeva che erano destinati a rimanere insieme per la vita. Io ero già sposato da sei anni. Caterina, mia moglie, se n’è andata nell’estate del 1983. Me l’ha portata via un cancro maledetto. Avrebbe compiuto ottant’anni proprio quell’anno. E ne aveva ancora diciotto nell’anima. Ma non mi ha lasciato solo, questo no. Avevamo già un figlio, Billy. Lui, però, non vive nel North End. Non vive neanche a Boston.

Ha casa e famiglia a Cambridge, lui è ricercatore e sua moglie è una brava oculista. È grazie a lei che io e Mauro abbiamo ancora una vista discreta, tenendo conto che siamo forse gli unici ultra novantenni della zona. Billy viene spesso a trovarmi, ma ormai ha accettato il fatto che non ho alcuna intenzione di trasferirmi da loro. Quando morì la mia Caterina, cercò in tutti i modi di strapparmi da casa nostra. Lui lo considerava un ‘buco’ condominiale, ma era l’unico posto dove sapevo di essere a casa mia. Tra i palazzi coloniali del porto di Boston.

Billy mi ascoltò e mi lasciò dov’ero. In compenso mandò la figlia più grande, Nancy, ad abitare con me con la scusa che il suo fidanzato stava a Boston e sarebbe stato più semplice così. Nancy restò più di tre anni. Fu un periodo bellissimo. Billy aveva la scusa per venire a trovarmi, oltre i week-end, anche a metà settimana. Di solito il mercoledì.

Quando mia nipote se ne andò aveva 23 anni. Billy mi disse che aveva rotto col suo ragazzo. Cercò anche di spiegarmi il motivo, ma io non lo capii. Comunque, pensai che in realtà Nancy tornasse a casa perché mio figlio aveva capito che non c’era da preoccuparsi. Poi, quando cominciò a fermarsi per i fine settimana l’altra nipote, Shelley, compresi che da certi figli non ci si libera mai. Tanto meno dai nipoti. Ma anche avere Shelley per casa è stata una festa.

Ormai anche la più piccola è una donna, ha 33 anni. Nessuna delle due è sposata, ma sembrano felici entrambe.

Con Mauro cerco di non parlare molto di Billy e della famiglia. Lui e Adriana non hanno mai avuto figli. Ognuno ha le sue croci. Io sono rimasto solo e mio cugino non ha mai provato la gioia di avere un figlio. Ma ad entrambi manca Anthony.

La Messa sta per cominciare. Adriana mi prende sottobraccio e tutti e tre insieme entriamo in Chiesa.

Sabato pomeriggio.

Sono a casa di mio cugino. Dopo un leggero buon pranzo, noi due abbiamo iniziato una partita a carte. Lui ha appena scartato una regina di fiori. Potrei già scendere con le carte, ma è più bello chiudere in mano, così decido di passare. Anche se non ce lo siamo mai detto, abbiamo sempre giocato con l’intento di vincere tutto in una mano sola. È più difficile, ma rende il gioco più lungo e meno confuso. Ognuno ha le sue carte fino alla fine. Chi scende, vince.

Anthony sosteneva che non fosse giusto costringere gli altri a giocare secondo regole sottintese. Mauro sta stringendo gli occhi. Capisco che deve essere messo meglio di me. Adesso tocca a lui.

Quando Anthony era ancora vivo, le giornate erano più movimentate. Da ragazzi ci eravamo appassionati alla pesca. Tutti e tre, insieme, andavamo ovunque vi fossero acqua e pesci. Stranamente, però, non ci interessava assolutamente la pesca marittima. Eravamo votati alla canna da pesca e all’acqua dolce.

I primi tentativi di catturare dei pesci, si fecero sul fiume Charles. Ma presto, alla pesca si legò il desiderio di andare fuori città. Ora tocca a me. Scarto un sei di cuori e passo.

Con Anthony ci siamo spinti un po’ ovunque. Sul fiume Ware, facendo sempre sosta al ritorno a Gardner, dove, affamati e senza aver preso nulla, ci infilavamo in un locale semplice, per rimpinzarci come maiali. La giornata di pesca migliore, però l’avemmo sul fiume Souhegan, nei pressi di Derry, una piccola città che si affacciava proprio sulla strada principale che conduceva a Manchester e Concord, capitale del New Hampshire. La sola idea di cambiare stato per andare a pescare ci elettrizzava, anche se a dire il vero il fiume Souhegan, per quanto piccolo e breve, attraversava il confine tra il New Hampshire e il Massachusetts. Tocca nuovamente a me. Scarto e passo.

Mauro mi sta guardando con aria piacevolmente sorpresa.

Mi devo essere distratto. Lui raccoglie la carta e mette giù il suo mazzo, composto di scale e tris di carte. Ha vinto.

Forse mi sono fatto prendere troppo dai ricordi, ma, chissà perché, in questi ultimi giorni non ne posso fare a meno. Mio cugino aggiunge le mie carte alle sue e le mescola.

Una volta siamo stati sul fiume West, nel Vermont. Faceva freddo, ma le montagne erano bellissime. Ritornando a casa visitammo Springfield. Non ricordo molto della città, ma il viaggio mi piacque tantissimo. Anche se in quell’occasione non prendemmo neppure un pesciolino grande quanto un’unghia. Anthony si fece il bagno nel fiume, poi si prese l’influenza. Mauro ha già distribuito le carte.

Questa volta voglio vincere.

Sabato notte.

Non riesco a dormire. Non riesco a capire perché. Ho già preso una tisana che mi ha fatto l’effetto di un caffè forte.

Domani mattina arriva Billy e non voglio che mi veda stanco. Non ho nessuna intenzione di trascorrere un’intera giornata a cercare di convincerlo che va tutto bene.

Anthony l’ha sempre definito il figlio più premuroso che esista, ma io, talvolta, lo trovo invadente. Crede che a alla mia età non sia più in grado di fare nulla. Neppure pensare. E se c’è una cosa che invece riesco a fare ancora benissimo è proprio pensare. Nella mia testa ho immagini indelebili destinate a svanire con me. Ho ricordi vivissimi destinati a morire con me.

Mi sto accorgendo che ultimamente Anthony mi manca più del solito. Mi mancano le sue battute, le sue pacche sulle spalle.

La verità è che quando hai 98 anni tutti si chiedono quando morirai, mentre tu ti domandi quanto vivrai ancora. In realtà quando stai per compiere 99 anni, tutti sperano che tu possa divenire centenario. Pare quasi uno spreco arrivare a un soffio dai 100 anni e non compierli. Come se ciò che hai vissuto gli anni precedenti non avesse più lo stesso valore.

Lo so bene che mio figlio si comporta in un certo modo perché si preoccupa per me. E so bene che non c’è cattiveria in Billy, ma non posso fare a meno di pensare che molti luoghi comuni finiscano col condizionare anche la mente delle più brave persone.

A volte vorrei piangere, ma cerco di trattenermi. Quando piango, mi viene male al petto e faccio fatica a respirare. In questo mi sento vecchio, sì. Anche se non so se il dolore che sento è causato dall’età o dal fatto che certe volte non riesco a farmi capire. Quando leggo la compassione negli occhi delle persone più giovani che mi danno una mano con la spesa, che mi cedono il posto in corriera, che mi chiedono se mi sono perso, mentre me ne sto tranquillamente andando alla bottega di Johnny, quando noto questo, soffro molto. Soffro al pensiero che tutti notano il tempo che ho vissuto. Non le cose che ho vissuto.

Purtroppo solo Mauro, Adriana, Anthony e Caterina sanno cosa ho vissuto. Perché con loro ho vissuto. Ma la metà di loro ormai se ne è già andata.

È molto tardi. Finalmente mi sta venendo sonno. Domani arriva Billy con sua moglie. Anzi, dato che è già passata da un pezzo la mezzanotte è più giusto dire che arriveranno oggi. La cosa mi fa molto piacere.

Tra tre giorni è il mio compleanno. Ci saranno tutti. Anche le mie nipotine. Nancy e Shelley.

Finalmente ho gli occhi chiusi.

Adesso che ci penso, non riesco a ricordare il nome della moglie di Billy. Strano. Sono quasi sicuro che inizi per ‘M’. In effetti tante cose iniziano per ‘M’. Forse mi confondo. Non so.

 

L’ultimo giorno di Cesare

Domenica mattina.

Billy è dimagrito. In compenso è più sorridente del solito. Sua moglie deve avergli parlato durante il viaggio. Gli avrà detto di non essere oppressivo, troppo invadente e, soprattutto, di non far vedere che è preoccupato. E mio figlio, come al solito, non ci riesce per niente.

Per farli felici, facciamo il consueto giro collaudato ormai da anni. C’è veramente chi crede che tutti i vecchi siano rimbambiti. Molti bambini, quando vogliono ottenere qualcosa si mettono a piangere, io faccio finta di essere il cauto abitudinario di sempre. Le abitudini le abbiamo tutti, ma se vai a dare dell’abitudinaria alla mia nipote più piccola, ti guarda scandalizzata. Eppure l’ho sentita per anni parlare al telefono della cucina, quando si fermava per i fine settimana. Sempre le stesse frasi, sempre gli stessi locali dove diceva di andare e magari sempre gli stessi posti dove andava, ma che non diceva di frequentare.

Come stabilito ci facciamo a piedi un pezzetto del Freedom Trall, il percorso storico tanto amato dai turisti desiderosi di vedere la Little Italy di Boston. Io e mio figlio parliamo delle solite cose. Sua moglie mi tiene affettuosamente sottobraccio. Continuo a non ricordare il suo nome. Strano.

Ci dirigiamo verso la Chiesa del Sacro Cuore. Ormai sono abituati a venire a Messa con me. È una tradizione. Io ci sono già stato anche ieri, con Mauro e Adriana, ma non dico nulla: so che li rende tranquilli vedermi fare le solite cose di sempre.

Domenica pomeriggio.

La moglie di Billy è stata una cuoca bravissima, come tutte le domeniche. Billy mi sta portando al Boston Common. È come essere in gita con i propri genitori, solo che su questa macchina l’unico genitore sono io. Con Anthony andavo spesso al parco pubblico. Il molo, stranamente, non ci affascinava più di tanto. Anche se il mare è stupendo.

L’erba del parco è fredda e umida. Billy non vorrebbe stare fuori molto perché dice che è un po’ troppo freddo per me. Ma io sto benissimo. Sono seduto sulla panchina dove mi sedevo sempre a parlare con Anthony.

Sono sempre lì quando sento come un vuoto sotto i piedi. E Madeleine sta piangendo.

Strano.

 

Il primo giorno di Cesare

Domenica tardo pomeriggio.

C’è stata un po’ di confusione. Billy e sua moglie erano agitati. Poi l’ambulanza e tutta quella gente intorno. Mi è parso pure di sentire la voce di Nancy singhiozzare attraverso il telefono portatile di Billy.

Adesso però è tornato tutto tranquillo. Sono andati via tutti. Anche mio figlio e sua moglie, Madeleine. Ecco, Madeleine! Ora ricordo il suo nome. Strano.

Quanti nomi di persone, di strade, di luoghi, mi tornano alla mente, ora. Quanti ricordi.

Io sono rimasto qui, sulla panchina. Anthony mi sta dicendo che potremmo andare sul fiume West, domani. Non so. Avrei voglia di andare al lago Ontario. Non ho mai visto un lago vero. Anthony dice che possiamo farlo. Possiamo fare qualunque cosa. Tranne rinnovare l’assicurazione Medicare. Il programma statale per gli anziani non ci copre più. Niente è eterno nell’uomo. Tranne il desiderio di vivere ancora un altro giorno. Ma Anthony mi corregge. Nulla è infinito nell’uomo, quanto il desiderio di vivere ancora un altro giorno. Questo mi dice. La differenza non mi pare poi così evidente, ma forse ha ragione lui. Non so.

Anthony mi chiama ‘Cesar’. Erano anni che non venivo chiamato così. Dall’ultima volta che l’avevo visto. Ho voglia di parlare con tante persone che non vedevo da molto tempo. L’unico con cui non posso parlare oggi è Mauro. Mio cugino stringerà gli occhi, come sempre, ma non per sorridere. Oggi no. Lo so.

Albo d'oro - Edizione 2003

Non vecchi, ma ricchi. Ricchi del tempo passato.

NARRATIVA - Premio "GILBERTO BERNABEI"
1° "L'alba" Michele Gherardi
2° "Gli ultimi tre giorni di Cesare" Luca Maria Papi Vecchi
3° "Adele e il terremoto" Andrea Penzo

Per ulteriori informazioni e per visionare la cerimonia di premiazione, visitare il sito:

www.ineditoanziano.it