BENEDETTO
XVI
UNA VITA PER ARRIVARE
A CASA!
di
Maria Carla Papi
Il piccolo Joseph,
da grande voleva fare limbianchino, fino a quando non vide
passare un cardinale «con la sua imponente veste porpora».
Dopo il crollo della Germania Ratzinger entra con il fratello
maggiore Georg nel seminario di Frisinga. Prete a 24 anni.
Dottore a 26, tesi sullecclesiologia di SantAgostino.
Professore di dogmatica a 30, grazie a un lavoro magistrale su
San Bonaventura da Bagnoregio e sul suo Itinerarium mentis in Deum
(il viaggio della mente verso Dio). Uomo sorridente e pronto alla
battuta in Ratzinger convivono, il rigore teologico, il
disincanto sulla storia e sulla natura di Agostino e lottimismo
cosmico di Bonaventura, luomo cui toccò leredità di
San Francesco e quindi il compito di conciliare utopia e
istituzione. «
Quando anni dopo
Martini propose un Concilio Vaticano III, Ratzinger rispose: «Non
è il momento. Quando San Basilio fu invitato a un nuovo Concilio
a Costantinopoli rispose: "Non ci vado più. Questi Concili
creano solo confusione"».
«Il concetto di
autorità quasi non esiste più. Dire "abbiamo la verità"
appare alluomo moderno come qualcosa di antidemocratico e
intollerante».
Nel 1962 il prof.
Ratzinger era andato al Concilio Vaticano II e fu una delle
svolte della sua vita. Lallora arcivescovo di Colonia Joseph
Frings lo volle come suo consulente teologico al Concilio. Una
scelta che allepoca provocò qualche polemica, perché il
professor Ratzinger era considerato troppo progressista. Al
Concilio, Ratzinger partecipa alle riunioni di preparazione degli
interventi dei cardinali progressisti sui documenti in
elaborazione. Nell'ambiente teologico diviene celebre. Joseph Frings,
principe vescovo di antico stampo e conservatore, era però
insofferente al SantUffizio ormai obsoleto, retto allora
dal Card. Alfredo Ottaviani. Neppure Ratzinger amava lo stile
ormai fuori tempo di questa istituzione e fu così che l8
novembre 1963 Frings lesse le parole ispirategli dal suo
consigliere: «Il modo in cui il SantUffizio procede è fuori
dai tempi, porta solo danno alla Chiesa ed è di scandalo per i
non cattolici». Dopo il Vaticano II, il Cardinale Villot
ideò la ristrutturazione della Curia Romana.
Diciotto anni
dopo il Concilio, toccò proprio a Ratzinger dirigere lex SantUffizio,
dal nome mutato. «Non sono cambiato io. Sono cambiati loro»
disse il nuovo Prefetto della CDF. La fama di innovatore era
piovuta su Ratzinger già dallavvio del Concilio per un
altro intervento di Frings, sul rapporto fra ricerca storica e
interpretazione biblica. «Accadde come con la tesi di
dottorato: non fui capito. Mi fu impossibile farmi comprendere»,
annota Ratzinger nel saggio Il sale della terra (San Paolo,
1997). Dilagava lidea che «
Hans Küng fu
privato del diritto di insegnare per conto della Chiesa nel 1979,
secondo anno del pontificato di Wojtyla. Era stato collega di Ratzinger
alluniversità di Tubinga per tre anni, dal 66 al
69. Küng amava irridere il rivale perché la sua aula era
piena, quella di Ratzinger vuota. Ratzinger non diceva quel che
gli studenti del Sessantotto volevano sentirsi dire. Quellanno
pubblicò il primo bestseller, Introduzione al cristianesimo .
Lanno dopo tornò in Baviera. Un giorno disse: «Credo
che per almeno un altro po il cardinale Martini dovrà fare
il vescovo di Milano. Vediamo cosa decide il Santo Padre. Capisco
bene il desiderio di Martini: ambedue siamo stati professori. Anchio
attendo con impazienza il momento in cui potrò ancora scrivere
qualche libro. Lascio anchio comunque tutto alle decisioni
del Santo Padre».
Il Santo Padre
Giovanni Paolo II, che aveva voluto Martini alla guida della
diocesi di Milano, lasciò che si ritirasse, come desiderava, a
Gerusalemme. Ratzinger, invece, non poté lasciare Roma, e
dovette continuare a scrivere i suoi libri nei ritagli di tempo.
Tra i due, ha raccontato Joaquín Navarro-Valls, Wojtyla era il
filosofo e Ratzinger il teologo. Un rapporto strettissimo durato
ventidue anni, con due momenti di disaccordo. Giovanni Paolo II
mitigò in una lettera le critiche di Ratzinger alla teologia
della liberazione, definita «non solo utile, ma necessaria».
Il futuro Benedetto XVI fu perplesso quando Wojtyla nel 94
annunciò lintenzione di riconoscere alcune colpe storiche
della Chiesa, Lunico altro ad avanzare obiezioni fu
il cardinale Giacomo Biffi. La legittima perplessità dei due
Cardinali era dovuta ovviamente non al mancato
riconoscimento di certi fatti storici, ma al pericolo che come
in parte è avvenuto tanti potessero strumentalizzare quel
gesto leale e generoso, non imitandolo, ma imputando le colpe
alla Chiesa (che non ha colpe perché il Capo è Cristo
come avverte Biffi) anziché agli uomini che la governarono nelle
diverse epoche.
Nominato
arcivescovo scrive in Aus Meinem Leben (La mia vita): «(dopo)
la preghiera davanti alla Colonna della Vergine Maria -
Con
la consacrazione episcopale comincia nel cammino della mia vita il
presente. Il presente, difatti, non è una determinata
data, ma l'adesso di una vita, che può essere lungo o breve. Per
me quello che è cominciato con l' imposizione delle mani durante
la consacrazione episcopale nella cattedrale di Monaco è ancora
l'adesso della mia vita. Per questo non posso
descriverlo come un ricordo, ma, appunto, posso solo tentare di
adempiere bene questo adesso. »
Come
emblema aveva scelto lorso e come motto episcopale due
parole dalla terza lettera di san Giovanni: "collaboratori
della verità". Spiega così la scelta: «anzitutto
perché mi pareva che (quelle parole) potessero ben
rappresentare la continuità tra il mio compito precedente e il
nuovo incarico: pur con tutte le differenze si trattava e si
tratta sempre della stessa cosa, seguire la verità, porsi al suo
servizio. E dal momento che nel mondo di oggi l'argomento "verità"
è quasi scomparso, perché appare troppo grande per l'uomo, e
tuttavia tutto crolla, se non c'è la verità, questo motto
episcopale mi è sembrato il più in linea con il nostro tempo,
il più moderno, nel senso buono del termine. Sullo stemma
dei vescovi di Frisinga si trova da circa mille anni il moro
incoronato: non si sa quale sia il suo significato. Per me è l'espressione
dell'universalità della Chiesa, che non conosce nessuna
distinzione di razza e di classe, poiché noi tutti "siamo
uno" in Cristo (GaI 3,28). Inoltre, ho scelto per me
altri due simboli. Il primo è la conchiglia, che è anzitutto il
segno del nostro essere pellegrini, del nostro essere in cammino:
"Non abbiamo qui una stabile dimora". Ma essa mi
ricorda anche la leggenda secondo cui Agostino, che si lambiccava
il cervello intorno al mistero della Trinità, avrebbe visto
sulla spiaggia un bambino che giocava con una conchiglia, con cui
attingeva l'acqua del mare e cercava di travasarla in una piccola
buca. Gli sarebbe stato detto: tanto poco questa buca può
contenere l'acqua del mare, quanto poco la tua ragione può
afferrare il mistero di Dio. Per questo la conchiglia rappresenta
per me un richiamo al mio grande maestro, Agostino, un richiamo
al mio lavoro teologico e, insieme, alla grandezza del mistero,
che è sempre molto più grande di tutta la nostra scienza.
Infine, dalla leggenda di Corbiniano, fondatore della diocesi di Frisinga,
ho preso l'immagine dell'orso. Un orso - così racconta questa
storia - aveva sbranato il cavallo del santo, che stava recandosi
a Roma. Corbiniano lo rimproverò aspramente per quel misfatto e,
come punizione, gli caricò sulle spalle il fardello che fino a
quel momento era stato portato dal cavallo. L'orso dovette
trasportare quel fardello fino a Roma e solo qui il santo lo
lasciò libero di andarsene.» Sempre ne La mia vita (1997)
Ratzinger non si paragona al santo ma allorso: «L'orso
che portava il carico del santo mi ricorda una delle meditazioni
sui Salmi di sant' Agostino. Nei versetti 22 e 23 del salmo 72 (73)
Agostino vedeva espressi il peso e la speranza della sua vita.
Quel che egli trova espresso in questi versetti, e che presenta
nel suo commento, è come un autoritratto, tracciato davanti a
Dio e, dunque, non solo un pio pensiero, ma spiegazione della
vita e luce nel cammino.
Quel
che Agostino scrive qui, mi è parso rappresentare il mio destino
personale. Il salmo, appartenente alla tradizione sapienziale,
mostra la situazione di bisogno e di sofferenza che è propria
della fede e che deriva dall'insuccesso umano; chi sta dalla
parte di Dio non sta necessariamente dalla parte del successo: i
cinici sono spesso persone che la fortuna pare viziare.
"Quando si agitava il mio cuore..., ero stolto e non capivo,
davanti a te stavo come una bestia. Ma io sono con te sempre...".
Agostino ha interpretato un po' diversamente l'espressione
riguardante la bestia. Il termine latino iumentum designava
soprattutto gli animali da tiro, che vengono usati dai contadini
per lavorare la terra; per questo egli vi riconosce un'immagine
di se stesso, sotto il carico del suo servizio episcopale: «Un
animale da tiro sono davanti a te, per te, e proprio così io
sono vicino a te».
Aveva
scelto la vita dell'uomo di studio e Dio lo aveva destinato a
fare l' "animale da tiro", il bravo bue che tira il
carro di Dio in "questo mondo.
Come l'animale da tiro
è il più vicino al contadino e compie per lui il suo lavoro,
così anch' egli, proprio in questo umile servizio, è
vicinissimo a Dio, è tutto nella sua mano, è fino in fondo un
suo strumento - non potrebbe essere più vicino al suo Signore,
non potrebbe essere più importante per Lui. L'orso con il carico,
che sostituì il cavallo
di san Corbiniano divenendo -
contro la sua volontà - il suo animale da soma, non era e non è
un'immagine di quel che devo essere e di quel che sono? «Sono
divenuto per te come una bestia da soma e proprio così io sono
in tutto e per sempre vicino a te».
Di Corbiniano si racconta che a Roma restituì la libertà all'orso.
Se questo se ne sia andato in Abruzzo o abbia fatto ritorno sulle
Alpi, alla leggenda non interessa. Intanto io ho portato il mio
bagaglio a Roma e ormai da diversi anni cammino con il mio carico
per le strade della Città Eterna. Quando sarò lasciato libero,
non lo so, ma so che anche per me vale: «sono divenuto la tua
bestia da soma, e proprio così io sono vicino a te».
Il fil rouge
francescano al quale ho accennato la volta scorsa, continua nel
destino del futuro Papa, sia per la presenza e il segno dato
dalle creature, gli animali, fratelli gatti, uccelli e orsi
- come direbbe appunto Francesco sia per le motivazioni
che lo hanno ispirato nella scelta del nome: Benedetto. Lo
vedremo la prossima volta.