NON VIOLENZA: PARLIAMONE!

di Anna Maria Ventura

TERRORE...

Quello che è successo nel corso dell’ultimo anno, ha reso evidente che nel mondo ci sono persone cariche di odio, e di rivalsa contro l’umanità intera, e questo li porta a considerare giusti e legittimi degli atti che sono invece di terrore e di morte.

Esemplari azioni di forza possono sembrare la giusta risposta agli episodi terroristici da parte di persone che ritengono che la vita altrui sia una merce di scambio, e la propria degna di terminare con un martirio.

Possiamo ritenere i terroristi dei fanatici assassini e non dei martiri, ma ciò non toglie che molti di loro sono disposti a morire e, morendo, intendono continuare ad uccidere.

Riflettendo su questi temi, tornano spesso alla mente parole come ‘realismo’ e ’utopia’.

La prima dovrebbe indicare la capacità di risolvere con concretezza delle situazioni difficili; la seconda dovrebbe indicare il sogno, qualche cosa che per il momento non è altro che un’idea, una speranza.

Può l’utopia diventare realtà?

La speranza, tra le virtù teologali, per i cattolici, non è quella che fa aspirare alla visione di Dio?

Non fa parte profondamente del nostro modo di intendere e di tessere la vita?

Non ha il significato di attesa, aspirazione, ma anche di atteggiamento, convinzione, progetto?

Come conciliare, allora, la speranza cattolica con il realismo, che, a volte, non è altro che una violenza come risposta alla violenza?

Televisioni e giornali continuano a ripetere che tutto è cambiato, dopo gli avvenimenti di quest’ultimo anno. Forse non è così.

Forse il mondo si ferma incredulo e sbigottito, ma la vita è prepotente e riprende a scorrere. Negli animi rimangono, però, dei rancori che si allungano nel tempo in desideri di vendetta.

Esiste una risposta alla violenza che non sia ancora violenza?

 

...E RESISTENZA PACIFICA

Nel XX secolo, quasi quattrocento milioni di indiani, in Asia, si sono liberati dal dominio inglese.

La loro lotta non è stata combattuta con le armi, ma con la resistenza pacifica, hanno ottenuto il loro scopo senza attentati ed esplosioni.

Gli Indiani erano guidati da un umile, deciso, minuto uomo, convinto della giustezza dei suoi metodi e dei suoi ideali.

Mohandas Karamchand Gandhi, promotore della non violenza, era un avvocato con un profondo senso religioso della vita che gli veniva dall’induismo e dalla stima e ammirazione per i principi del cristianesimo.

Il Mahatma (la Grande Anima), riuscì a mobilitare un numero immenso di persone solo con la forza dell’amore, della comprensione e della volontà.

Insegnò con l’esempio che la resistenza non violenta, contro leggi o situazioni che si considerano ingiuste, è una reazione che richiede forza, coraggio, pazienza, rispetto per la vita, anche di quella dei nemici, fino al proprio martirio, inteso come testimonianza e dono disinteressato e gratuito della vita.

Chi pratica la non violenza è disposto a diventare vittima della violenza altrui, pur di non infliggerla..

Martin Luther King, il pastore protestante di colore che, nel profondo sud degli Stati Uniti, con l’opposizione pacifica riuscì ad ottenere risultati sorprendenti nel campo dei diritti civili, affermava che la via della violenza produce rancore nei superstiti, e brutalità nei distruttori. La non violenza, finita la lotta, lascia invece dietro di sé rapporti, tra le parti, profondamente cambiati, ricostruiti sulla conoscenza e consapevolezza dei problemi reciproci.

Durante la lotta per la giustizia razziale, M. Luther King pregava il Signore di liberare il suo cuore da ogni rancore.

Spronava così coloro che lo seguivano nelle sue marce di denuncia:

" Se vi colpiranno non rispondete colpo su colpo, perfino se vi spareranno addosso non rispondete sparando. Se vi malediranno, non rispondete maledicendo. Continuate semplicemente a camminare."

Quindi un’alternativa alla violenza esiste.

Gandhi e Luther King, uomini di amore e di pace, hanno tracciato una strada, difficile, ma già percorsa.

Hanno entrambi dimostrato che l’utopia, una volta di più, può diventare una concreta realtà, che la speranza ha una sua ragione di essere.