LA VOCE DEL VESCOVO
di Maria Carla Papi
"Riflessioni sul Giorno del Signore"
Nota pastorale di S. E. il Card. Arcivescovo Giacomo Biffi
Riprendendo il "lavoro" anche in campo pastorale, non solo è dobbligo, ma è assolutamente opportuno incamminarci attraverso la porta provvidenziale aperta dal nostro Arcivescovo con la sua ultima nota pastorale che se ben assimilata - ci condurrà ad una più viva consapevolezza del valore del Giorno del Signore: la domenica.
La Chiesa si è spesso occupata delle problematiche che ruotano attorno a questo giorno di festa, causate in gran parte dalla modifica dei costumi imposta dai ritmi di un mondo sempre più asservito più che servito alle nuove tecnologie.
Nella prima parte del documento il Vescovo, mediante brillanti pennellate attinte dalla tavolozza dei suoi ricordi, dipinge circa un mezzo secolo di storia: storia della chiesa intrecciata alla storia del popolo e si può notare che da sempre la domenica è stata vista contemporaneamente come un problema, unoccasione o unutopia. Naturalmente le considerazioni assumevano o perdevano valore col passare del tempo e si modificavano, tanto che di generazione in generazione si tende ad offuscarne il ricordo e a pensare sempre che il peggio sia presente solo nel tempo attuale.
Ai più anziani come spiega anche il Cardinale questa parte abbondantemente autobiografica "evocherà dei ricordi, in conformità alle inclinazioni tipiche delle persone anziane; ricordi non tanto di fatti quanto di idee: idee considerazioni, suggerimenti, proposte che si sono via via affacciate nelle discussioni ecclesiali del mezzo secolo che è trascorso."
Nella seconda parte del documento che esamineremo nel prossimo mese, il Cardinale espone "qualche dubbio e delle possibili riserve sulloggettiva validità di quelle idee. In sostanza sarà una piccola rassegna critica di alcuni "miti" che in quei decenni si sono presentati, se non come verità assolute, almeno come opinioni serie e plausibili."
Ma cosa è in definitiva la domenica?
Ogni volta che si vuol proporre un rinnovamento, si pensa subito a creare un involucro nuovo o una veste nuova che, a seconda delloggetto dellargomento, può essere una nuova definizione, una nuova collocazione o unangolazione diversa per losservazione. Una mattina, durante uno di quei programmi che si sono infilati nella scia dei commenti sullestate bollente e i disagi degli anziani, qualcuno se nè venuto fuori proponendo di non parlare più di anzianità, ma di Grande età! Ora, a parte la profonda ignoranza sulletimologia della parola e sulle sue radici storiche sulle quali non ci soffermiamo, lineffabile ospite, acclamato dal conduttore e dai presenti in studio, presentava la sua proposta con la stessa enfasi di uno che ha scoperto come mettere daccordo israeliani e palestinesi! Che ci vuole? Basta un nuovo modo di definire i vecchi e il gioco è fatto!
Questo è sempre stato il problema di tutti i tempi: rinnovarsi, nella mentalità comune, significa guardare allesterno e rimediare con un vestito nuovo. Per la mentalità di un cristiano vuol dire guardare allinterno delle cose e di se stessi e cambiare mentalità.
Non è la domenica che deve cambiare aspetto, ma siamo noi che dobbiamo cambiare per vivere la domenica in conformità al suo significato.
Cominciamo a farlo leggendo le parole del nostro Arcivescovo: sarà come sorseggiare un bicchiere dacqua fresca e ristoratrice. Unacqua che purifica dalle scorie dei dubbi e delle incertezze che le proposte di una società sempre più impermeabile allo spirito, hanno accumulato, facendo deviare spesso i nostri pensieri dalla strada che conduce allunica sorgente dacqua viva per trascinarci in un deserto arido e piatto.
Domenica: festa o precetto?
Prima Parte: LE PERPLESSITÀ DI UN PASTORE
"1. Quando ho iniziato la mia attività ministeriale, tutti i pastori danime annoveravano tra i loro più evidenti doveri quello di esortare allosservanza del "precetto festivo". E anchio mi sono messo su questa strada con tutto lo zelo di cui ero capace. Ripetevo alla mia gente che colui che mancava alla messa veniva meno a un obbligo grave e violava una delle leggi fondamentali del cristiano. Mi ritenevo in questo confortato dalla tagliente ed essenziale dizione del can. 1248 del Codice di diritto canonico, che non lasciava spazio per nessuna incertezza. "Festis de praecepto diebus Missa audienda est".
Ma un bel giorno minformano che il mio zelo era mal consigliato, che la mia era una visione "precettistica" della domenica, assolutamente da superare; che il "giorno del Signore" era per essenza un giorno di gioia, e la gioia è ovvio non può essere imposta per legge; e che tutto sommato la cosa migliore era quella di non parlare mai più di "precetto festivo".
Il ragionamento mi pareva avesse il fascino dei pensieri intelligenti e la carica liberatrice dei pensieri nuovi. Restava solo da verificare se fosse anche un ragionamento capace di portare a messa qualche cristiano di più.
2. Mi sono comunque accinto con
entusiasmo nellimpresa di far capire ai miei parrocchiani
tutta la bellezza della domenica come giorno della gioia: gioia
perché il mondo è stato creato, gioia perché è stato
rinnovato dallazione redentrice di Cristo, gioia perché su
questo giorno si riverbera la luce letificante del Risorto, gioia
perché anticipa, trascendendo la monotonia feriale della vicenda
terrestre, la felicità del Regno dei cieli.
Sennonché mi capitò di leggere da qualche parte che neppure questa presentazione era encomiabile: essa in fondo non faceva nientaltro che avvalorare il gioco astuto dei borghesi, i quali alla religione chiedevano appunto di imbellettare con qualche rito ornamentale e consolatorio le loro ingiustizie, oltre che di pacificare in tal modo le loro false coscienze. Che se poi in chiesa ad ascoltarmi cerano, più che i borghesi da rimproverare, gli operai, le operaie e le addette ai lavori domestici (ed era il caso della mia parrocchia), la cosa non era meno deplorevole: una celebrazione tutta tesa a contemplare il Signore glorioso e a sperare nel conseguimento della vita eterna era senza dubbio "alienante", perché distoglieva gli uomini dai loro veri problemi e dalle loro povertà, cullandoli con i vagheggiamenti dellal di là. Questo modo di santificare la festa faceva perdere al messaggio cristiano la sua originaria carica rivoluzionaria.
La strada da percorrere, mi dicevano, era lopposta; era quella cioè di scuotere il torpore dei praticanti con la prospettiva impietosa di tutte le iniquità della società in cui si vive e con la condanna delle strutture oppressive. Si trattava insomma di fare della domenica non tanto il giorno della gioia quanto il giorno dellaccusa, della protesta, della "coscientizzazione" del proletariato (come si arrivava a dire, aggredendo con la mentalità "borghese" anche lincolpevole lingua italiana).
3. Qualcosa di vero cera forse
anche in questo modo di ragionare. Confesso però che non mi sono
mai sentito di seguirlo nella mia pratica ministeriale. E non per
mancanza di coraggio: non ci voleva un gran coraggio a farsi
carico delle medesime denunce che in quei giorni si ascoltavano
dalle voci più chiassose ed erano argomento di assidua
predicazione da parte dei detentori dellegemonia culturale
di quel tempo; ma proprio non me la sentivo di avvelenare il poco
spazio di lode, di ringraziamento, di implorazione concesso ai
miei fedeli né di amareggiare anche la domenica a gente che
nella settimana già viveva una vita problematica e assillata, e
aveva soprattutto bisogno di essere spiritualmente rianimata e
ricondotta a sperare.
Soprattutto, quella di rovinare la gioia non mi pareva un programma conforme allo stile di Cristo, il quale anche quando andava a tavola dai grassi borghesi sfruttatori del suo paese, che erano i pubblicani mi pareva di poter supporre che non avesse mai raggelato un boccone ai suoi commensali né inacidito il vino bevuto in allegra compagnia, col richiamo (nel bel mezzo del pranzo) allingiustizia della società, alla miseria degli uomini, al problema della fame nel mondo; che pure erano mali che gli erano noti e lo facevano soffrire. Se i pubblicani continuavano a invitarlo (mi dicevo), è segno che non lo ritenevano un guastafeste.
4. Daltronde mi era anche capitato di leggere che le assemblee parrocchiali consuete (come quella che si radunava nella mia chiesa) non erano ecclesialmente genuine e credibili, perché erano composte di persone reciprocamente estranee e indifferenti, che non fondevano in unità i loro pensieri, le loro pene, le loro speranze, ma piuttosto obbedivano stancamente a unabitudine ricevuta e compivano un gesto senzanima. Non erano "comunità", e dunque il loro esterno radunarsi non aveva valore. Come si potevano qualificare come "credenti", i partecipanti a quelle messe? Tuttal più potevano essere definiti "cristiani sociologici".
E anche qui cera del vero. Il risultato però era che anchio, essendo il loro parroco, mi sentivo avvilito a "parroco sociologico" e mi trovavo costituito in uno stato obiettivo di responsabilità morale o quanto meno di complicità; una complicità che, qualunque cosa facessi, non poteva che aggravarsi.
Che fare?
Da qualche parte mi veniva il suggerimento di abbandonare questa assemblea sociologica al suo destino e di affidarmi, come a una valida e profetica alternativa della parrocchia, alle "comunità di base". Questi piccoli raggruppamenti di persone affiatate tra loro, culturalmente omogenei, dalla partecipazione vivace e dallimpegno verificabile, erano presentati da alcuni come la forma ecclesiale dellavvenire. Tanto più che bisognava riconoscere che la Chiesa viveva ormai in "stato di diaspora" e le manifestazioni di massa erano da ritenere trionfalistiche, inautentiche, in ogni caso prossime allestinzione.
Un po di tempo dopo però qualcuno cominciò ad accorgersi che i "piccoli gruppi" non costituivano unalternativa molto affidabile. La loro vitalità dipende spesso dalle doti e dalle attrattive caratteriali di alcuni dei partecipanti; e viene meno quando vien meno la loro presenza o anche solo la loro assiduità. Qualche analisi della situazione era arrivata a notare che i così detti gruppi spontanei avevano una durata media di qualche decina di mesi. Ricordo un parere dOltralpe, che sconsigliava di ripetere unesperienza già dimostratasi fallimentare nella Germania degli anni trenta, quando si era tentato un analogo passaggio dalla parrocchia alle piccole comunità, sotto linflusso di quella che allora era ritenuta una geniale e feconda intuizione pastorale, ma che adesso veniva dai più qualificata sprezzantemente come "ideologia socio-romantica.
5. Ma, a parte la questione sulle dimensioni e sulla natura della comunità cristiana che è la protagonista visibile della domenica, mi pareva che qualcosa di certo poteva essere insegnato sul "giorno del Signore" considerato in se stesso. Esso racchiudendo in sé in modo obiettivo un mistero di salvezza giustamente doveva essere definito "sacro", sicché il compito della pastorale poteva ricondursi a quello di aiutare i credenti a entrare sempre più consapevolmente e sempre più esistenzialmente in possesso di una ricchezza più alta e sostanziosa, che è già donata alla Chiesa: già è, per così dire, tra le nostre mani.
Ahimè! Neppure questo mi era pacificamente concesso.".
(1 - Continua)