Ma che cosè sto Rwanda?!
di Francesca Citossi
Il trafiletto estivo di un quotidiano bolognese così riportava"Il dottor C. si rese protagonista nel 1994 di una lodevole iniziativa: portò in Italia, nel bresciano, una quarantina di bambini scampati al genocidio innescato dalla guerra tra le tribù Hutu e Tuzi". Chi scrive è rimasto allibito sia dalla "lodevole" iniziativa sia dalla "tribù". Come diceva la mia Professoressa di Storia dellAfrica allUniversità le tribù non esistono: noi che non sappiamo niente di Africa ce le siamo inventate per fingere di capirla.
Il Banyarwanda (il popolo del Rwanda) è formato di tre gruppi sociali: bahutu, batutsi e batwa che fino al colonialismo hanno vissuto in relativa armonia. I batutsi erano prevalentemente allevatori, i bahutu coltivatori e i batwa cacciatori e artigiani. Il che non significa che non ci fossero bahutu allevatori o batutsi agricoltori, ma in genere le persone si suddividevano in base alla posizione economica. Bahutu, batutsi e batwa non sono tribù come erroneamente presentato in senso occidentale, infatti occupano la stessa terra, non tre terre suddivise né ci sono distretti separati, vivono insieme e parlano la stessa lingua, i gruppi erano interdipendenti e complementari. Il bestiame fornisce maggiore benessere, quindi si venne a creare una sorta di struttura classista. Esisteva un meccanismo di mobilità sociale, infatti chi acquisiva maggior benessere, bahutu, batutsi o batwa, passava alla classe superiore (Christine Umotomi Nyinawumwami, viceministro del governo nel 1994). Fu il sistema coloniale belga a creare differenze etniche, inesistenti, per praticità di amministrazione, che poi scatenarono il genocidio.
Non si pretende che ogni giornalista sia esperto dAfrica, Rwanda, storia, antropologia o sociologia: ma chi riporta una notizia ne ha la responsabilità. A quasi dieci anni da quegli avvenimenti sarebbe auspicabile che il giornalismo, che svolge una importante funzione educativa, informativa e culturale, non solo si assumesse delle responsabilità, ma fosse preciso, ben documentato e serio. Allo stesso modo liniziativa del dottor C. può essere riportata, ma quanto a definirla lodevole ci si può aspettare, da chi è investito di un certo ruolo nella nostra società, un momento di riflessione che almeno sfiori lopinabilità dei fatti.
Non si esige che un giornalista sia esperto di interventi umanitari, ma almeno che si e che ponga delle domande, alle quali probabilmente non saprà rispondere: di operatori umanitari professionisti e disponibili in Italia ce ne sono molti, basta chiedere. Il valore delle parole, poi, è immenso: se non lo conoscono i giornalisti, questo valore e questo potere, chi dovrebbe conoscerlo? Tribù, guerra e iniziative lodevoli (?)sono bombe, e vanno usate con cautela e professionalità.
Loperazione di cui il dottor C. è stato protagonista è delineabile come sottrazione, da parte di un privato cittadino italiano, di altri privati cittadini, minorenni-che è un aggravante -di un altro stato.
Prelevare un minore da altro stato senza averne alcun titolo è considerato, come casi di adozioni internazionali irregolari hanno comprovato, secondo il nostro Codice Penale, un reato.
Questi casi hanno, una volta ristabilito lordine e ricostruiti gli eventi in Rwanda, causato un esasperante contenzioso tra il Governo rwandese e il Governo italiano (rendendo necessario lintervento come mediatore della Farnesina) alla fine del quale i bambini sono stati rimpatriati. Questa parte della storia, però, nellarticolo non compare. Nel corso della triste vicenda rwandese casi come quello del dottor C.- privati cittadini italiani che prelevarono bambini rwandesi senza alcun titolo-si sono purtroppo ripetuti.
Le famiglie rwandesi (e quelle africane in genere) sono famiglie di tipo esteso, questo implica che il gruppo familiare è composto da varie decine di componenti e lestensione della famiglia garantisce la sopravvivenza dei membri stessi: nel caso di morte di uno o di entrambi i genitori, quindi, i bambini non rimangono mai soli, ma sono naturalmente affidati ai parenti più prossimi, come zii (numerosi) o nonni, come previsto nella tradizione e senza alcun logorante contenzioso giudiziario propriamente occidentale. Liniziativa è ancora lodevole?
In secondo luogo, sia lAlto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite che il Comitato Internazionale della Croce Rossa si occupano, da decenni, delle operazioni che prevedono il rintraccio e il ricongiungimento familiare, in particolar modo dei minori. LUNICEF, poi, si occupa dei minori come missione. Queste agenzie erano state consultate in merito alloperazione?
Ci si chiede, vista la prassi sopra illustrata, quale fosse la ratio nel prelevare dei minori, far loro affrontare un lungo viaggio aereo strappandoli alle loro famiglie che li stavano cercando, sradicarli dal loro paese, cultura, lingua, clima, tradizioni, conoscenze e farli precipitare, dalla Regione africana dei Grandi Laghi, nel bresciano. E per far cosa, dopo? Adottarli? (la legislazione in materia è precisa) Rispedirli indietro a gioco terminato? Come si saranno sentiti questi bambini? Si è pensato a cosa fosse meglio e più giusto per loro o si è agito emotivamente, avventatamente, sulla scorta della più totale mancanza di nozioni in materia di interventi umanitari e conoscenza di storia e usi locali per quel che riguarda la società, la storia, la cultura? Cosa succederebbe se, supponiamo, un cittadino statunitense venisse in Italia e, capitato in una zona gravemente degradata del nostro paese, pensasse di salvare dei poveri bambini da un destino amaro, li caricasse su un aereo e se li portasse a far vita "migliore", rimpinzati di cibo e giocattoli oltreoceano? Non saremmo, forse, tutti scandalizzati?(Eventualità paventata in un vecchio film con Sofia Loren e Clark Gable) Quando si agisce, o si pretende, di agire con interventi umanitari la prima cosa da tener presente è la dignità delle persone, e a maggior ragione si deve essere rigorosi quando si tratta di bambini e del loro futuro.
Azzardiamo un calcolo di praticità: con lammontare speso per il trasferimento di 40 bambini dal Rwanda nel bresciano, e loro conseguente mantenimento allestero, con autocompiacimento degli operatori ma indubbio e profondo trauma per i bambini stessi, lUNICEF o lAlto Commissariato avrebbero rintracciato le famiglie di migliaia di bambini rwandesi che sarebbero tornati alle legittime famiglie e sarebbero rimasti dove era giusto: non nella bruma e nellasfalto bresciano biascicando qualche parola duna lingua sconosciuta, bombardati di giocattoli e da persone estranee che chiocciavano loro intorno attratte dalla novità a termine.
Gli interventi umanitari son cose serie, non turismo umanitario sulla spinta della politica della pietà. Possibile che a quasi dieci anni da quegli avvenimenti si continui col bricolage sociale e lautocompiacimento completamente immuni da qualsiasi riesame e seria critica?
Senza alcuna ombra di dubbio le intenzioni del dottor C. erano lodevoli, ma da qui a farne lodevole liniziativa stessa se per un dottor C. che preleva dei minori con intenzioni umanitarie, molti altri che fanno la stessa cosa hanno ben altre intenzioni: creare precedenti è pericolosissimo. Dobbiamo quindi sperare che a nessun avvocato, ragioniere, elettricista, commessa, barista, architetto o sarto bolognese venga mai in mente di portarsi in Nord Italia qualche decina di bambini dalla Liberia, Congo, Iraq, Afghanistan, Sudan, Argentina, territori dellAutorità Palestinese per farne non-si-sa-bene-cosa e venga poi lodato dalla stampa per liniziativa.
Forse è ora di smetterla col mantra umanitario che intervenire è già un successo, con lumanitarismo fai-da-te, la messa in scena della compassione, il cliché dei bimbi neri da sfamare, il nuovo colonialismo di tipo umanitario basato sulla compassione che vende così bene, il romantico e cialtronesco terzomondismo e cominciare, invece, ad affrontare le questioni fondamentali, culturali, storiche ed etiche.
Il principio cardine che guida loperatore umanitario è "non fare del male", lo stesso del giuramento di Ippocrate che il dottor C., in quanto medico, ha prestato. Speriamo che il dottore, e con lui le centinaia di dilettanti umanitari, si sia chiesto, nel corso di questi anni da quel decollo da Kigali, se lavesse rispettato.
E cominciamo tutti ad informarci meglio, approfondire le questioni che riguardano altri esseri umani e, soprattutto, ad avere più rispetto per le vite altrui, ovunque siano.