LA PARROCCHIA

NEL TEMPO CHE CAMBIA

di Massimo Craboledda

L’anno scorso mi trovavo all’estero, in un Paese di lunga tradizione cattolica, alla vigilia della solennità dell’Assunta. Poco pratico della città, pensai di organizzare per tempo la giornata successiva informandomi presso la segreteria dell’hotel sull’orario delle celebrazioni nella cattedrale. Se avessi chiesto dove acquistare un biglietto di andata e ritorno per la luna, la signorina sarebbe stata, forse, più preparata. Gentilissima, si affannò volonterosamente fra appunti e guide ma non riuscì proprio a trovare l’informazione desiderata. Mi accontentai dell’opuscolo che mi porse. C’era tutto ciò che la città offriva a residenti e turisti: palestre e ristoranti per ogni gusto, negozi e locali notturni, orari di mostre e musei, dove acquistare una barca o un tappeto persiano, dove seguire corsi di ballo. Non mancavano i recapiti nel caso la salute fisica o quella dell’auto fossero in crisi. Ma delle esigenze dello spirito nessuna traccia: non se ne contemplava l’esistenza o, forse, non interessavano.

E’ un episodio piccolo ma pur sempre indicativo dell’indifferenza religiosa di larga parte della società. L’indomani, tuttavia, la cattedrale era gremita: dunque, anche dove il livello di scristianizzazione sembra avere raggiunto soglie elevate, il senso religioso è presente ed il desiderio di trascendenza non estinto, a dimostrazione che ci troviamo sempre davanti ad una duplice polarità, grano e zizzania di evangelica memoria.

Proprio con la consapevolezza dei problemi e delle conseguenti necessità, ma, al tempo stesso, con grande attenzione alle positività e potenzialità delle nostre comunità, i Vescovi italiani hanno di recente proposto alcuni documenti nei quali il tema dell’evangelizzazione viene ripresentato con particolare risalto per il ruolo della parrocchia. L’ultimo in ordine di tempo: "Il volto missionario della parrocchia in un mondo che cambia" interpella anche noi, comunità di S. Gioacchino. Desideriamo, perciò, proporre, a partire da questo numero, una riflessione a largo raggio sul significato e sul ruolo della parrocchia.

L’etimologia del termine aiuta a comprenderla come "Chiesa che vive tra le case degli uomini", tema scelto dalla Conferenza Episcopale Italiana per l’assemblea generale del novembre scorso. Il termine "parrocchia" deriva dal verbo greco "paroikéo": abito accanto, sono vicino. Fino dal IV-V secolo d.C. "parrocchia" indicava le case vicine che hanno in comune la chiesa. E proprio la chiesa, centro della vita spirituale e religiosa della comunità locale, insieme al municipio, edificio pubblico per eccellenza, ha costituito spesso il centro dello sviluppo urbanistico di villaggi, paesi o di quartieri cittadini. Parimenti la parrocchia ha svolto per secoli anche funzioni civili, assenti in altre strutture; la sua vita e la sua attività sono state preziose per la formazione di un’identità non solo religiosa, ma umana nel senso più ampio, culturale e storica.

Forte di un legame ben radicato e riconosciuto col territorio, la parrocchia ha potuto svolgere egregiamente il suo compito di rendere presente il Vangelo nella storia degli uomini, esprimendo "il suo carattere di vicinanza a tutti, di apertura verso tutti, di accoglienza di tutti" ed alimentando il senso di appartenenza alla Chiesa. I mutamenti sociali e culturali che segnano il nostro tempo determinano, indubbiamente, un allentamento di quel legame. I Vescovi parlano di "perdita del centro", di frammentazione della vita delle persone. Lasciamo loro la parola:

"La diversa e svariata dislocazione della vita familiare, del lavoro, delle relazioni sociali, del tempo libero, ecc, connota anche la psicologia della gente, i suoi orientamenti di fondo. Si appartiene contemporaneamente a mondi diversi, distanti, perfino contradditori…A soffrirne sono le relazioni personali e sociali sul territorio e, quindi, la vitalità delle parrocchie. Da tempo la vita non è più circoscritta, fisicamente e idealmente, dalla parrocchia…Non a caso si è parlato di fine della civiltà parrocchiale… Noi riteniamo", continuano i Vescovi, "che la parrocchia non è avviata al tramonto; ma è evidente l’esigenza di ridefinirla in rapporto ai mutamenti, se si vuole che non resti ai margini della vita…Se prima il territorio viveva all’ombra del campanile, oggi è la parrocchia a doversi situare nei diversi "territori" di vita della gente, per capirne i problemi e le possibilità".

Cerchiamo, dunque, di riscoprire, oggi, nella fede, il volto della parrocchia. Si legge nei testi conciliari: "Poiché nella sua Chiesa il Vescovo non può presiedere personalmente sempre ed ovunque l’intero suo gregge, deve necessariamente costituire dei gruppi di fedeli, tra cui hanno un posto preminente le parrocchie costituite localmente e poste sotto la guida di un pastore che fa le veci del Vescovo: esse infatti rappresentano in certo modo la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra" (Sacrosanctum concilium, n° 42).

Occorre, quindi, risalire al mistero della Chiesa per ritrovare il senso profondo della parrocchia ed anzi, ancor prima, al mistero dell’Incarnazione: la parrocchia, infatti, quale Chiesa presente fra le case degli uomini è immagine e segno della dimora che Dio stesso ha realizzato quando, con l’incarnazione del Figlio, "venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,14). Mistero della Chiesa è mistero di comunione: "La Chiesa è in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano" (Lumen Gentium, 1). Comunione col Vescovo, anzitutto, senza la quale la parrocchia tradisce la propria natura di cellula della diocesi. Ciò vuol dire comunione col Vangelo trasmesso dagli Apostoli, di cui il Vescovo è successore, e quindi comunione piena con la Parola di Cristo e la tradizione ininterrotta della Chiesa.

Primo gesto di comunione per la parrocchia sarà, perciò, "valorizzare i legami che esprimono il riferimento al Vescovo e l’appartenenza alla diocesi". E’ quanto facciamo dando spazio, ormai da molti anni, in questo bollettino, all’insegnamento dell’Arcivescovo, ma dobbiamo chiederci se è possibile una partecipazione più numerosa alle iniziative diocesane. Non è un di più, ma un alimento indispensabile per la vitalità e l’apertura della nostra comunità.