NON DI SOLO PANE

di Francesca Citossi

Mi guarda dai suoi ottanta centimetri d’altezza un po’ attonito. Effettivamente devo sembrargli stupida. Sbatte gli occhi nocciola profondi e antichi come il suo continente e con le mani color cioccolato mi avvicina il suo piatto colmo di mais e fagioli deformati dalla cottura eccessiva, sono gonfi, e mi guardano anche loro attoniti dal piatto di plastica dove sono distesi. Lui ha un piatto di cibo e io no. È l’ora di pranzo e io non pranzo. È ovvio che io abbia fame, e per lui è ovvio offrirmi del cibo, il suo. Bambino africano offre cibo a donna italiana. Penso ai 34.000 (circa) pasti che ho sullo stomaco dall’inizio della mia vita, e al suo, e a quanti ne ha consumati prima di questo e a quanti ne consumerà dopo, dopo che noi ce ne saremo andati, e a quale pasto valga di più. Penso al colesterolo e ai trigliceridi, agli abbonamenti delle palestre, agli elettro-stimolatori estetici e alle saune, e a tutte le nostre torture. Non solo lui, altri due bambini mi fanno la stessa offerta, e così per tutti gli altri compagni di viaggio. Francesca e Chiara hanno bambini in collo a grappoli, ovviamente. I bambini bianchi, a casa, ci tempestano con richieste infinite, è un tormento di "mi compri…?dàai!". Nessuno di questi bimbi, che non ha niente, ha chiesto niente, né soldi, né giocattoli, né di portarceli via, anche se ci piacerebbe. Facciamo tanta fatica a lasciarli, l’unica cosa che ci chiedevano era ‘come ti chiami’, volevano toccare i ricci biondi di Luciana ed erano prontissimi al gioco, un sorriso, una smorfia, una mano che ci prende la mano. Non chiedono niente loro che non hanno niente, e noi prendiamo a gratis tutta quell’umanità che ci offrono scoperta come una ferita. Mi chiedo se la logica qui sia rovesciata rispetto all’occidente, o se noi l’abbiamo rovesciata o se non ce l’abbiamo mai avuta. In Africa sembra che nulla abbia un senso, un senso occidentale, salvo le cose semplici. Perché durante nessuno dei miei 34.000 pasti ho pensato al mancato pasto altrui come quegli occhi nocciola? L’ultima cosa che pensavo possibile sorvolando il deserto del Sudan era di passare dall’altra parte della barricata.

Chiedo a Padre Alex di accompagnarmi sulla sommità del cumulo di immondizie, non voglio fare la turista tacchina, anche se in definitiva lo sono. Ho visto delle signore che lavorano lassù, cercando qualcosa da rivendere per sfamare, anche per quel giorno, le creature che hanno sulle spalle. Vestono le bimbe con abitini dai colori sgargianti, con frappe e fiocchi, scarpine lucide che contrastano col cielo fumoso di Nairobi e i rifiuti su cui è costruita e sopravvive sofferente Korogocho. Le signore sono molto gentili e mi raccontano quel pezzo della loro vita che si svolge tra gli scarti altrui, per dodici ore al giorno, sono allegre e trovano ogni motivo per ridere di qualcosa, e sono ancora più allegre nel mostrarmi i loro figli da fotografare. Figli loro e della discarica, perché i padri sono scomparsi, non esistono e forse non sono mai esistiti, l’attimo di un incontro non fa di loro dei padri e le donne rimangono sole. L’uomo è di passaggio, prende e scappa, la donna resta e si alza in ognuna di quelle mattine nell’aria cancerogena che non porterà da nessuna parte se non dentro i confini di quell’inferno terreno. Ho letto non ricordo dove che l’ossessione per il futuro e la pianificazione è propriamente occidentale. Perché dovrebbero disperarsi, poi? E’ adesso che giocano coi loro figli, li vestono e li accarezzano e li fanno vivere con tanto più grande merito ogni giorno che riescono a far passare.

Massimo si fa accompagnare da uno dei nostri ospiti al punto dove tutti i quattromila abitanti del villaggio vanno a prendere l’acqua. E’ una pozza con la terra crepata intorno, come in tutti i documentari che si vedono in televisione sull’Africa, quindi tutti noi bimbi bianchi siamo cresciuti pensando all’Africa come ad un’immensa terra crepata dove tutti gli africani sono uguali, poveri, scalzi e con la pancia gonfia. Passa un bimbo a capo chino, carico di acqua nelle taniche pesanti. Un altro paio di bambini ci segue sghignazzando, poco prima una simpatica banda di quattro o cinque è corsa via ridendo, sollevando coi loro piedi scalzi il polverone della strada rossa che si posa sulle loro divise di scuola blu. Dopo, arrivano tutti, è finita la scuola e si radunano intorno a noi. Qui la pace è armonia tra la comunità, gli antenati, Dio e la natura. Se qualcuno rompe l’equilibrio danneggia tutti. In Occidente chi esce dal Tribunale con la causa vinta in Cassazione non è mai in pace con la controparte o felice. Qui invece si, e nessuno viene cassato. Ora ci aspetta la parte più divertente. Daniel, il nostro autista, l’abbiamo scoperto che sorride sotto i baffi (che non ha). La strada tra Machakos e Nairobi è terribile, buche profondissime, dossi insensati, automobilisti candidati al suicidio. Nonostante le cinture di sicurezza facciamo salti anche di venti centimetri ogni tre o quattro minuti, e farlo per cinque ore diventa un piccolo Luna-Park. Abbiamo cominciato a fare la classifica dei balzi, i migliori entrano nell’aneddotica del gruppo, richiamati come memorie da anziani, una Belle Epoque da viaggiatori consumati e ormai non ci teniamo più dalle risate. Chi siede davanti si volta stupito e comincia a pensare che forse è divertente… ma noi non molliamo i posti se non al rientro, è buio, e ci dicono che abbiamo rischiato un paio di frontali.

I bambini di Padre D’Agostino si arrampicano come scimmiette, non si tengono dalle risate, si appendono e dondolano e saltano, lo fanno apposta, hanno scelto proprio l’albero davanti alle finestre della scuola dove ci stanno raccontando che loro sono novantuno, tutti sieropositivi, che dopo una durissima lotta durata anni sono stati finalmente ammessi alla scuola pubblica e oggi si è celebrato il funerale di uno di loro. Li tengono in vita i farmaci antiretrovirali. Nel piccolo cimitero di Nyumbani ho letto sulla croce di un bimbo nato in Novembre e morto in Agosto, non ha fatto in tempo a compiere un anno. Gli altri due, tre, otto anni. E se fossi morta a otto anni perché una casa farmaceutica pretendeva dai miei genitori soldi che loro non avevano? Lusso, i bambini che sono qui i genitori non ce li hanno. Ma i volontari che vengono da tutto il mondo li coccolano pacifici sotto i porticati delle casette, ognuna con la sua famigliola senza legami di sangue, e tanto più forti.

Anna Maria dice che l’Africa cura tante ferite. Penso che sia vero. L’Africa che ha tante ferite per omeopatia cura le nostre. Come noi possiamo curare le sue non so, mi sembra che ogni volta che arriviamo non facciamo altro che danni, coi nostri cargo di farina e cereali che sfracellano il debole mercato locale, il latte in polvere distribuito gratis alle madri che non allattano più, le multinazionali che succhiano le materie prime, il turismo miope e rozzo che riporta fotografie da guardare con gli amici sentendosi sempre più uomo bianco. Ho smesso di far vedere le mie foto del Kenya in giro, trovavo offensivi i commenti delle persone che di Africa nulla sanno e nulla vogliono sapere se non le crepe della terra e le pance gonfie. Offensivi per le persone che ho incontrato, che mi hanno regalato pezzi delle loro vite e mi hanno permesso di ritrarli e portare con me il ricordo della loro vita intensa e dolorosa, degli abitini rossi e del mais rigonfio, delle loro risate e dei loro occhi ipnotici, le loro mani che volevano sempre stringere le mie, del cibo che mi hanno offerto. Mi porto a casa gli sguardi perduti dei bambini che dormono sui marciapiedi, aspettando solo il momento in cui il loro fisico non reggerà più la colla che sniffano ogni giorno per dimenticare la fame, la solitudine e la loro infanzia rubata. Non so veramente come curare le ferite dell’Africa, e non sono ferite materiali quelle più dolorose. Qualcuno ci ha detto "tornate in Italia e dite che siamo gente che lavora duro, che non vogliamo scappare, ma ricostruire il nostro paese dopo anni di dittatura". L’Africa non è terra crepata e pance gonfie. E’dignità e coraggio che non potremo mai importarci in Occidente, soffocato da troppi pasti.