Scuola: una riforma da riformare

GLI ESAMI

di Maria Carla Papi

Il maglioncino rosa salmone (quello preferito e un po’ portafortuna), i pantaloni chiari, i capelli ben pettinati sul viso paffutello più pallido del solito e reso un po’ teso dagli occhioni fissi ad inseguire un pensiero un po’ preoccupato … Era il giorno degli esami della quinta elementare, un giorno importante nella vita di mio figlio perché con quell’esame veniva sottolineato un cammino che, anche se con un risultato abbastanza prevedibile, sarebbe sfociato in una conferma o meno dell’impegno compiuto durante quel percorso.

Promosso o respinto? Certo non sarebbe stato comunque un dramma, ma la promozione si sa – voto a parte – è già in ‘pectore’ e, tuttavia, anch’essa non è causa di gioia ed entusiasmo puri perché quell’esame segna un confine invalicabile fra la scuola elementare e le medie, fra l’infanzia e l’adolescenza. L’esame di quinta portava con sé una dolce malinconia che nessuno dimentica più, portava con sé la prima nostalgia e la prima consapevolezza di un tempo che non tornerà più, quindi, la consapevolezza che ogni cammino deve essere percorso al meglio per poter raccogliere alla fine buoni frutti.

Io ricordo ancora il giorno dei miei esami di quinta elementare: ricordo il sole che inondava il viale profumato di tigli, la compagna che mi regalò una macchina da scrivere in miniatura, lì nell’atrio. Pochi passi e avrei varcato il portone per l’ultima volta, sentii un nodo alla gola e corsi a dare un bacio al muro verniciato di giallo: ‘Addio!’ pensavo, ma ancora non sapevo che non stavo dicendo addio veramente all’edificio e a tutti i ricordi, ma davo l’addio a quella bimbetta in grembiule bianco che cinque anni prima era entrata lì, un po’ timida e imbranata e che inaugurò il primo giorno di scuola cadendo dalla sedia del banco sulla quale si dondolava, facendo schizzare il calamaio sui capelli biondi e sul grembiulino immacolato.

Il giorno degli esami di mio figlio, i miei ricordi erano intatti come ora e mi pareva di leggere nei suoi pensieri segreti e nel suo cuore.

In quegli anni, non si sa ancora che la vita ci chiede di presentarci a tanti esami, non solo scolastici, non solo di lavoro, ma anche esami più importanti, forse, come quelli che dobbiamo affrontare quando un evento ci cambia la vita, quando sarà il modo col quale abbiamo percorso la vita fino a quel momento a decidere se superare più o meno bene l’ostacolo.

Nonna da un anno e mezzo, ho vissuto con emozione il primo giorno d’asilo nido del piccolo Cristiano, ho ricamato la sacchetta a quadretti azzurri e ho cominciato a fantasticare su quando il nipotino andrà alle elementari. Ma l’ineffabile Ministro Moratti ha bloccato la corsa della mia fantasia: mio nipote non conoscerà mai l’emozione degli esami di quinta.

Da anni, ormai, la scuola elementare ha subito un deleterio cambio di rotta. Al calo degli alunni (dovuto ad un’insensata campagna negli anni ’70 a favore del consumismo e che ha causato il rifiuto di fare figli) è seguito il moltiplicarsi degli insegnanti – non per esigenze pedagogiche, ma per creare occupazione – disgregando per sempre la figura della Maestra (o del Maestro) che restava nel cuore tutta la vita. La girandola di maestri e pedagoghi vari, ha abituato i bambini alla pluralità degli insegnanti (tipica della scuola media), togliendo la centralità della figura dell’insegnante e togliendole in qualche modo importanza. Abolendo gli esami di quinta, il passaggio alla media sarà si e no avvertito se non come cambio di edificio (poiché molti compagni di elementari si ritroveranno nelle nuove classi).

Aboliti i grembiuli (le divise che proteggevano gli abiti buoni), aboliti i voti, contestati i compiti delle vacanze, come potrà un povero preside non rischiare di passare per cerbero se tenterà di vietare che le alunne espongano l’ombelico a scuola? Se già tanti genitori acquistano per le loro viziatissime femminucce di sette-otto anni le magliette corte e i jeans a vita bassa per lasciar scoperta la pancia?

Si sa che il rispetto delle istituzioni comincia dalla scuola. Ma se la scuola è la prima a non essere rispettata, come potranno essere rispettate le altre, come nascerà questo rispetto nell’età adulta?

Si dirà: che c’entrano gli esami di quinta? C’entrano, c’entrano, perché ogni mattone che si leva indebolisce la costruzione. Gli esami (che nella vita non finiscono mai, come diceva Eduardo De Filippo), con il fardello di ansia e aspettative che portano con sé, sottolineano l’importanza di ciò che si è fatto fino a quel momento, sottolineano il merito o il demerito, sottopongono la persona ad un giudizio autorevole, permettendo – di fatto – di riconoscere l’autorità e la superiorità del docente, già tanto esautorato dalle ultime generazioni di governanti e allievi.

Gli esami di quinta, scavando quel solco che separa l’infanzia dall’adolescenza, permettevano quel passo consapevole e forse un po’ doloroso quanto inevitabile, che permetteva al bambino di cominciare a pensare: ‘Sto diventando grande!’

Aboliti gli esami, ci si accorgerà con più fatica di non essere più infanti … ma che importa? Questa è una società che chiama ‘ragazzi’ degli uomini e delle donne di trent’anni, una strana società che scopre l’ombelico alle bimbette e ai pargoletti dell’asilo fa magari la solita domanda cretina: ‘Ce l’hai il fidanzatino (o la fidanzatina)?’ senza che i genitori facciano una piega, ma anzi sorridono come dei beoti. Solo una volta, proprio in televisione, ho sentito una sciocca intervistatrice fare questa domanda ad una bimba delle elementari e questa, candida candida, le rispose: ‘Ma io sono piccola!’ . Meno male che aveva senza dubbio dei genitori intelligenti. Peccato che non saprà mai, come il mio piccolo Cristiano, cosa vuol dire fare gli esami di quinta elementare.

Ci pensi, Signora Moratti, forse gli esami educavano di più dei tanti cosiddetti laboratori ….