Missione è…

di p. Piergiorgio Prandina

v     Compassione

Nel capitolo 10 del Vangelo di Matteo troviamo il “discorso apostolico” che Gesù fa ai suoi discepoli dopo aver provato “compassione” per le folle “perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (9,26). La compassione di Gesù nei confronti delle “folle” è il motivo ispiratore della missione affidata agli apostoli, i quali dovranno operare per trasformare la “massa” (anonima, disorientata e sofferente), in “comunità” (popolo, chiesa) dove ognuno ha un nome, sa dove dirigersi e può contare sull’assistenza dei fratelli.

 

v     Cammino

“Chiamati a sé i Dodici... li inviò” (10,1.5): per fare missione bisogna mettersi in cammino, come Gesù che svolge quasi tutta la sua attività per strada, una strada che non taglia fuori nessuno. Gesù non si limita a coccolare le pecore vicine (che a loro volta lo coccolano), ma conta e va in cerca anche di quelle lontane, perché il suo Vangelo è destinato a tutti. Nella sua prolusione al Consiglio Permanente della CEI (Roma, 11-14 marzo 2002), il Card. Ruini ha parlato apertamente di “Parrocchia, territorio di missione”.

 

v     Universalità

“I nomi dei dodici apostoli sono...” (10,2-4): la missione inaugurata da Gesù è universale, non soltanto perché destinata a tutti, ma anche perché coinvolge tutti. Nella lista dei Dodici ciò che colpisce è la diversità dei chiamati. Accanto ad un collaborazionista (Matteo, impiegato del fisco), abbiamo un partigiano (Simone Cananeo, il guerrigliero aderente al movimento anti-romano degli Zeloti), almeno uno sposato (Pietro) e un futuro traditore (Giuda)A tutti Gesù dà una possibilità, quale che sia il loro temperamento, condizione sociale, esperienza, mentalità e mestiere… Gesù non mette in piedi una comunità di perfetti, di eroi e di puri. E questo per dirci che siamo tutti candidati alla sua missione, che essere cristiani significa essere missionari (anche se ognuno alla propria maniera). Il vero discepolo diventa necessariamente apostolo, anche perché “la fede si alimenta donandola” (Giovanni Paolo II). Al Congresso Missionario del 1998, mons. Corti ha proposto l’enciclica Redemptoris Missio come il catechismo delle comunità cristiane!

 

v     Persecuzione

“Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi” (10,16): per il discepolo la persecuzione non è una eventualità remota, ma una possibilità sempre attuale. Si dice persecuzione e si pensa spontaneamente a Giovanni Paolo II ferito in piazza S. Pietro; si pensa Oscar Romero abbattuto durante la Messa; si pensa a Peppe Pierantoni sequestrato per lunghi mesi… In tal modo ci sentiamo tutti spettatori, convinti che la persecuzione non ci riguarda. In realtà non è così: non sempre l’opposizione è violenta e patente, ma non per questo è meno devastante. Scrive Pronzato: «Da noi, oggi, la persecuzione adotta uno stile diverso, impiega tattiche morbide, seducenti. I carnefici si sono civilizzati, hanno imparato le buone maniere, operano in guanti bianchi e camici profumati… per i trapianti d’anima! Più che terrorizzare, blandiscono, non ricorrono tanto alle minacce, quanto alle lusinghe». La nostra situazione è ben diversa da quella in cui si trovava la comunità di Matteo. Non credo si possa dire che oggi, in Italia, la Chiesa è perseguitata; semmai è corteggiata per averla dalla propria parte... Per questo, oggi più che mai, dobbiamo temere non tanto la gente che ci può maltrattare, quanto piuttosto quella che tenta di plagiarci con la mentalità di questo secolo.

 

v     Coraggio

“Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima” (10,28): Gesù non illude. Sa quanto costa proclamare pubblicamente il vangelo in ambienti ostili. Ma di fronte a intimidazioni e ricatti, il discepolo sa di possedere un territorio inviolabile, l’anima, di cui nessun tiranno potrà mai impadronirsi. Sa, soprattutto, che Dio non abbandona i suoi figli, tanto meno nella bufera. “L’attento al passero e il custode premuroso delle nostre persone… non è assente dalla nostra morte, cosa preziosa ai suoi occhi. Egli è con noi nella rete degli uccellatori” (Bruni). Giovanni XXIII diceva: “Il Signore sa che ci sono: ciò mi basta”. Questa è la forza del cristiano che lo spinge ad essere il “manifesto pubblico” di Cristo Signore.

 

v     Radicalità

“Chi ama il padre o la madre... il figlio a la figlia più di me non è degno di me” (10,37): avviandosi verso la conclusione del discorso missionario, Gesù rivela tutta la radicalità che chiede ai suoi discepoli. Si tratta né più né meno di collocare Gesù davanti all’amore dei famigliari e perfino della propria vita.  La Via è Lui: quindi anche coloro che ci sono stati i più indispensabili per vivere e diventare grandi – padre e madre – e coloro ai quali eravamo stati a nostra volta indispensabili – figli e figlie – bisogna lasciarli qualora ne ostacolassero la sequela. È il punto cruciale del cammino, l’angolo dove esso è più stretto, dove diventa via crucis... che però sfocia nella vita nuova: chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la ritroverà” (10,39).

 

v     Accoglienza

“Chi accoglie voi accoglie me” (10,40): sì, chi aiuta un missionario “fa missione” e quindi avrà la ricompensa del profeta! Gesù raccomanda l’accoglienza dei suoi missionari perché sa che è la categoria più difficile da accogliere: i “portatori della Parola”, infatti, sono uomini liberi che tracciano strade nuove e impervie, che accusano comportamenti e perbenismi antievangelici, che umanamente contano poco perché non possiedono ricchezze, non hanno amicizie importanti, ma solo il Vangelo... merce che a molti non interessa affatto!

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v     C’è posto per tutti

“E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca...” (10,42): Gesù parla di accoglienza e la concretizza con… un bicchiere d’acqua! Se c’è una cosa che va detta prima di terminare questo breve commento al “discorso apostolico” è che nel campo della missione c’è davvero posto per tutti: per chi lascia tutto e per lo sostiene.

Quando, guardando al mondo d’oggi, siamo tentati di pensare che le forze del male avranno sempre la meglio e che il poco che noi possiamo fare è assolutamente inutile, allora dobbiamo ricordare l’efficacia di un bicchiere d’acqua: può bastare un piccolo gesto di generosità per avviare un corso diverso delle cose.

Commentando il bicchiere d’acqua, Ernesto Balducci scrive che “occorre crederci profondamente”, come quando si va a votare. Che cos’è un voto fra tanti? Niente, ma unito agli altri può portare alla vittoria, può creare una specie di corrente del golfo che, pur invisibile, crea un clima moderato che fa fiorire gli alberi e maturare la frutta. Mai sottovalutare l’importanza delle cose non importanti. Nella missione di Gesù anche tu hai un compito da svolgere. Auguri!